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Ordine: fantacronache dal Consiglio nell’attesa (vana) della riforma

 

di Oreste Pivetti

da voltapagina.globalist.it

In attesa di un contratto “alla meno peggio” che sembra non debba mai arrivare ma che prima o poi arriverà, in vista del congresso nazionale della federazione, tra una crisi e l’altra dentro questa o quella testata più o meno gloriosa dentro una crisi che continua ad apparire devastante per la categoria, con una infinità di posti di lavoro in discussione, con un’altra infinità di posti occupati da sottopagati, sfruttati, tartassati dal primo padroncino che passa per strada, il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti procede solerte a dettare regolamenti, diviso tra una pattuglia di professionisti, un’altra di pubblicisti che sarebbero in realtà professionisti a tutti gli effetti esercitando la professione se pure da precari mal pagati, un’altra ancora, assai consistente, di pubblicisti a vario titolo che non hanno mai visto una redazione, divise a loro volta in manipoli di milanesi, romani, napoletani, torinesi, usigrai, avvocati (attenzione: non si tratta di geografia, ma di geopolitica, ciascuna pattuglia rappresentando una propria, esagerando, identità politica o elettorale), ai quali si devono aggiungere, da tempo ormai, un imitatore alla Noschese o, per i più giovani, alla Crozza, e, da ultimo, gli invitati speciali, invitati in servizio permanente in nome di Santa Diaria, a disposizione di Enzo, per noi tutti l’amato presidente Enzo Iacopino, detto simpaticamente Iaco (o Iago), stimatissimo giornalista in realtà di lungo corso (ho trovato onorevolissima traccia antica di lui, come precoce e agguerrito cronista del Secolo d’Italia, in un saggio storico sulla rivolta di Reggio Calabria, quella dei “boia chi molla”: onorevolissima, ripeto a evitare equivoci, perché si dava conto di una sua fondamentale testimonianza a proposito di un tragico episodio).

La situazione è tragica… ma non seria.
Non si cada in inganno: il Consiglio nazionale non è una commediola tra dopolavoristi. Il dibattito è intenso, in ogni aula, in ogni corridoio. A sinistra, nella gloriosa componente “Liberiamo l’informazione”, dove si è discusso a lungo sulla opportunità di entrare (nelle varie commissioni e nei vari gruppi di lavoro in cui si suddivide il Cnog), perché entrare sarebbe apparso collaborazionismo, o non entrare: alla fine quelli che si negavano, per rigore nell’opposizione, sono entrati ovunque, magari promossi a prendere posto su uno strapuntino, come Iaco comanda; gli altri, gli “entristi”, sono rimasti regolarmente fuori, a macinare la loro minoranza nella minoranza.

Il Consiglio assolve l’imitatore Merku.
In tale situazione il Consiglio nazionale ha duramente lavorato approvando per l’ennesima volta il regolamento per la formazione (formazione, ricordiamo, obbligatoria per legge), il regolamento per l’ammissione all’elenco dei pubblicisti, un ordine del giorno a sostegno della Rai in conflitto con Renzi e infine bocciando un documento che redarguiva quel “giornalista”, che imitando, protetto dalla rete telefonica, una volta una scienziata una volta un politico, strappa a questo o a quello, indotti per amicizia alla confessione, notizie per alcuni clamorose. In questo caso se ne sono sentite di tutti i colori, ma nel rispetto di un archetipo nazionale è prevalsa l’opinione che i figli sono “piezz e’ core” e che per i figli si fa qualsiasi cosa e ci si può dunque camuffare, via cellulare, per Barca pur di ascoltare Vendola nelle sue strofe sincere sulla crisi del paese.

La deontologia si inchina alle necessità della famiglia: come non condividere. Forse un consigliere nazionale qualche obbligo un più dovrebbe sentirlo e chissà che cosa dovrebbe pensare un padre operaio che ha mantenuto la prole faticando quarant’anni in fabbrica con la solita tuta blu.

Ma c’è di più. C’è qualcosa di progressivo nella sentenza (a maggioranza) del Consiglio nazionale, qualcosa – per semplificare – alla Basaglia o addirittura oltre Basaglia, oltre pure l’antipsichiatria alla Laing: il travestitismo eletto a sistema, la schizofrenia premiata a manifestazione suprema della professionalità, l’irresponsabilità di fronte alla legge assecondando un pratico cambio di personalità. Niente di drammatico: Vendola e gli altri prima di lui sono sopravvissuti alla prova, il direttore del Sole24ore, Napoletano, da cui dipende la brillante trovata, non ci rimetterà un euro, il responsabile della testata in questione continuerà nei suoi lazzi, speriamo che il bravo imitatore-pubblicista, Andro Merku, trovi felicemente una strada meno incerta.

Il prezzo dell’iscrizione dei pubblicisti all’Albo. 
Si diceva anche del testo approvato per concorrere all’iscrizione all’albo dei pubblicisti: si è convenuto che per chi collabora ad un quotidiano basteranno settanta articoli e ottocento euro di euro nel biennio, per chi scrive in un mensile venti articoli e altrettanto compenso. Risultato: un luminare della scienza che scrive su un mensile non potrà mai raggiungere la quota richiesta, mentre si stabilisce che l’articolo per un quotidiano non vale più di dieci euro ed è già tanto, valutando i compensi medi corrisposti in tanti quotidiani.

Riforma sempre più urgente.
Fotografia delle difficoltà e delle contraddizioni di un sistema, difficoltà e contraddizioni che confermano l’urgenza di una riforma, che non potrà creare posti di lavoro, ma almeno potrebbe offrire qualche garanzia in più ai professionisti di fatto e ridimensionare pretese e libertà di editori di vario genere, abituati ormai a pescare in un bacino troppo vasto popolato da un popolo affamato perché non venga loro la tentazione dell’usa e getta.

Ma su quella impera “Iaco”, tra veti e manovre. 
Della riforma si è discusso, per niente in aula, soprattutto nei corridoi e negli incontri separati. Il presidente Iacopino aveva insediato il suo gruppo di lavoro, inserendo Bonini ma escludendo Rea (i due sono autori di una bozza di riforma per “Liberiamo l’informazione”), scegliendo quindi anche a nome della minoranza, che aveva reagito chiedendo la presenza di Rea, stimatissimo esperto di questioni giornalistiche.

Veto di Iacopino: niente Rea, colpevole di aver apostrofato il presidente con il benevolo nomignolo di “Iago”. Insiste su Rea la componente “Liberiamo l’informazione”, si dimette Bonini. Iacopino rimedia assoldando i romani Mastroianni e, in seconda battuta, D’Ubaldo: “Liberiamo l’informazione” è dunque rappresentata, con la benedizione del presidente e all’insaputa dell’opposizione stessa.

Nulla da obiettare se non sul metodo, sulla pretesa del presidente di far tutto da sé, di decidere anche per gli altri, come succedeva tra le più autoritarie monarchie di ogni secolo.

Così stanno le cose. Se poi qualcuno del gruppo di lavoro ascolta nottetempo Rea, niente di male: sacrosanto non trascurare le competenze e Rea non nega generosamente la sua.

In pentola bolle il doppio elenco.
Che cosa uscirà da tanto lavorio non si sa. In una breve anticipazione, il consigliere Paissan ha lasciato intendere qualcosa. Se abbiamo capito bene: stop a nuovi pubblicisti, gli iscritti congelati nel vecchio albo; accesso all’Ordine per via universitaria ed esame e, una volta ammessi, doppio binario, professionisti e pubblicisti secondo opportunità occupazionale con la possibilità di transitare liberamente da un albo all’altro (una volta promossi, ottenuta l’abilitazione all’esercizio della professione, insomma, si potrà scegliere di stare tra i neo-professionisti o tra i neo-pubblicisti, secondo convenienza).

Ma a farla da padroni sono i vecchi pubblicisti.
E’ chiaro che una riforma del genere metterà fine al pubblicismo tradizionale. Sarà scritta fino in fondo? Piacerà? Una legge di riforma nascerà solo in Parlamento (a sostituzione della legge istitutiva dell’Ordine che ha compiuto ormai il mezzo secolo di vita). Ammesso che esista in Parlamento qualcuno che abbia voglia di presentare una legge di riforma dell’Ordine dei giornalisti.

Il Consiglio nazionale può suggerire solo alcune linee. Se sono quelle annunciate, c’è da dubitare che la scrittura giunga sino alla conclusione e al voto: ci penseranno le vecchie famiglie del vecchio pubblicismo a frenare, ritardare, rinviare, per centinaia di iscrizioni da comandare, per una manciata di voti da amministrare, per qualche privilegio da difendere. Non sarà difficile, con la maggioranza in pugno.

voltapagina.globalist.it

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