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Nessuna pietà

 

Non finisce mai di stupire questa Italia che annaspa tra nuovi, strampalati nazionalismi e solita retorica del dolore. Non finisce mai di mostrare la sua faccia vera, incattivita da una crisi i cui responsabili non si nominano mai e che invece viene scaricata sugli “stranieri”, siano essi i vertici europei (ma mi chiedo: noi in che continente abbiamo vissuto in questi ultimi venti anni?) o i poveri migranti in fuga dalle guerre che noi stessi abbiamo fomentato o a cui abbiamo assistito con colpevole indolenza. L’unica voce che si sta diffondendo, quella che sta accomunando tutti, in questa improvvisa ondata di populismo e irresponsabilità, è che “noi la nostra parte l’abbiamo fatta”, che “più di così non possiamo fare”, che questi migranti disperati devono essere “respinti” o al massimo aiutati lì, che il diritto d’asilo bisogna farglielo chiedere nei luoghi di imbarco, in partenza, e pazienza se qualcuno non ci arriverà mai, perché è già crepato nel deserto, è crollato con la faccia sulla sabbia diventando pasto per gli animali.

Pazienza se i luoghi di partenza sono quelli nei quali si finisce in carcere senza una ragione e vi si muore, si subiscono stupri, torture, violenze fisiche e psicologiche, mentre il resto del mondo sta fermo, al massimo scuote la testa e poi si gira dall’altra parte, che c’è altro da fare, magari c’è da scattare qualche selfie o incazzarsi per la frase o il gesto razzista di un ignorante ubriaco seduto sulle gradinate di uno zoo moderno chiamato stadio. Perché è più facile, costa meno. E chissenefrega di questi poveracci, che non hanno soldi, non sono buoni per il marketing, sono “merce di scarto”, perché tanto di “prodotti a forma di braccia e schiena” non c’è carenza, nelle campagne, nei cantieri, nelle case, nelle cucine dei ristoranti, nelle strade dello sfruttamento.

Se ne muoiono trecento o quattrocento, che importa? Ne arriveranno altri da sfruttare, da spremere, da frustare e insultare, come i rematori dentro la chiglia di una nave di schiavi. E la colpa sarà sempre loro. Come lo era dei nostri antenati quando andavano negli USA, in Svizzera, in Germania, in Francia, in Australia. Solo che loro non scappavano da alcuna guerra, ma dalla fame, dalla miseria, dall’assenza di lavoro. Le stesse parole, le frasi tremende, le bugie pubbliche, le balle sulle malattie, sulla capacità di infettare, le violenze, i linciaggi. Non abbiamo imparato niente dal nostro passato misero. Siamo un branco pronto ad azzannare qualcuno solo perché ci ricorda quello che siamo stati.

Dimentichiamo pure che coloro che scappano da una guerra non hanno alternative: o la fuga o la morte. E non sperano più di stabilirsi in questo Paese di razzisti consapevoli che provano a vestirsi da esseri umani per camuffare la loro coscienza lercia e strappata. Vorrebbero solo passarci, perché altre nazioni europee, seppur con i loro limiti e le chiusure di chi ha deciso di diventare fortezza non facilmente accessibile, sono comunque più accoglienti e civili. In Italia, ormai, nemmeno il dolore scuote l’anima della gente. Non c’è neanche la pietà umana. Ciò che prevale è la violenza del linguaggio, la deresponsabilizzazione o l’assoluta indifferenza che la politica, specchio perfetto di questo popolo, ha deciso di mettere in campo.

La solidarietà è affondata prima delle barche. Così i marinai che continuano a soccorrere i barconi in balia delle onde, finiscono per essere gli unici ad apparire ancora umani in un Paese nel quale si negano persino i funerali alle vittime. Sono tornate le fosse comuni, angoli di terra dentro cui gettare il più in fretta possibile e senza il “rumore fastidioso” di una preghiera, i corpi dei naufraghi. Come fosse merce scaduta da buttare dentro una discarica indifferenziata. Non c’è niente da trarre, niente da prendere da quei corpi, da quelle storie. Non c’è niente da imparare. Abbiamo saltato questo passaggio. Siamo andati oltre, abbiamo sposato l’idea populista e rozza che l’estrema destra e la Lega ci propinano da anni, ossia quella di fottercene delle tragedie e di preoccuparci piuttosto di non farli mai partire, di impegnarci al limite per aiutarli “a casa loro”.

Però prima continuiamo a passare armi ai regimi che uccidono migliaia di persone, mandiamo le nostre aziende a colonizzare i territori scippando le risorse e lasciando inquinamento e rifiuti tossici. E se ci sono le bombe che cadono, aspettiamo che ne sterminino il più possibile, poi quando ci sarà più calma proviamo a fare qualcosa. Ma a patto di guadagnarci qualche soldo, che è sempre meglio. Oppure gestiamo le loro domande di asilo lontano da noi, così se ce ne servono un po’ li mandiamo in Italia alle strutture gestite da chiunque per poterci lucrare. Altrimenti lasciamo che vadano altrove, ma prima lamentiamoci un po’. Che fa sempre bene.

E se muoiono ancora in mare, se malauguratamente qualche cadavere giunge a bordo delle nostre navi o sulle nostre rive, allora scaviamo qualche fossa comune e buttiamoli lì dentro, ma senza esequie e preghiere, che non abbiamo tempo da perdere per la pietà umana. Quella è roba da antichi. Non c’è nemmeno una app da scaricare sullo smartphone, pertanto la pietà non esiste. Non ha senso di esistere. Inutile che l’imam chieda un funerale dignitoso per diciassette esseri umani inghiottiti dal mare. Inutile che si pretendano, vanamente, verifiche sull’effettivo numero di dispersi, che si dia ascolto a un profugo che parla di duecentocinquanta persone mancanti all’appello.

Perché un’altra tragedia immensa non possiamo permettercela, non potremmo nasconderla per bene. Diciassette è un numero “accettabile”, non fa troppo clamore, si accoglie con un “meno male”. Non per umanità e per (magra) consolazione rispetto a un numero potenzialmente maggiore di vittime, ma solo perché è più facile dimenticarlo e non ci costringe a guardare in faccia le nostre responsabilità. Il dibattito dura poco, poi tutto passa e si ritorna al punto di partenza.

Nulla cambierà, fino alla prossima volta. Fino ad altri corpi imprigionati tra i rottami di un barcone, con i polmoni, gli stomaci e le facce gonfie d’acqua. Facce che non ci voltiamo nemmeno a guardare. E a cui neghiamo, adesso, persino una preghiera e una degna sepoltura. Quella che invece concediamo a un capomafia o a un assassino. O a un nazista. Forse perché, in fondo, l’Italia si affeziona solo ai furbi o agli stronzi. Che le somigliano un bel po’.

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