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Aldrovandi, applausi e indignazione

 

Una grande indignazione hanno suscitato gli applausi che l’assemblea sindacale del Sapha tributato ai responsabili della morte del giovane Aldrovandi. Solo indignarsi però non basta. Anzi può divenire controproducente. L’indignazione, infatti,quando ne ricorrano le condizioni – e in questo caso esse ricorrono, eccome! – può facilmente tramutarsi nel noto rito espiatorio che risale a tempi antichissimi, nei qualisi pensava  che,  mediante l’imposizione delle mani, si potessero  scaricare peccati e responsabilità su ignari capri che perciò  venivano chiamati espiatori.

Anche ai giorni nostri l’inconscio collettivo tende a cercare qualcuno a cui addossare ogni responsabilità, affinché gli altri, tutti gli altri (tra i quali ci siamo anche noi) possano sentirsi  estranei al male ed esenti dall’obbligo di fronteggiarlo. Quell’assemblea sindacale si presta ottimamente a fare da capro espiatorio, perché  quegli applausi, comunque li si voglia interpretare,   sono stati e restano inqualificabili. E’ perciò alta la probabilità che, superata l’emozione del momento,  la responsabilità dell’accaduto resti circoscritta all’interno del salone di quella assemblea sindacale e che  il resto della società,sentendosi estranea ad ogni responsabilità, si ritenga esentata da qualsiasi impegno etutt’al più autorizzata ad esprimere qualche preoccupazione considerando a  quali mani (e piedi, a volte) è affidata la tutela della sicurezza dei cittadini e dell’ordinamento democratico.

Così l’uccisione di Aldrovandi e gli applausi rivolti a coloro che ne sono stati dichiarati responsabili dopo tre gradi di giudizio   verrebbero archiviati come casi  singoli. Si tratterebbe dell’ennesima, ipocrita conclusione, perché  così non è.

Per evitarlo, si dovrebbe sfuggire alla trappola del rito espiatorio ed inquadrare l’accaduto  nel contesto delle condizioni della nostra società, cioè dell’entità della crisi di valori che l’attanaglia e che tutti ci coinvolge, ancorché in misure diverse. Se ci assumessimociascuno la propria parte di responsabilità, se non altro per la passività e per l’inerzia con le quali assistiamo al progressivo sfaldamento della struttura di valori sulla quale il paese è stato ricostruito dopo la guerra ed il  fascismo, non sminuiremmo   la responsabilità di chi ha causato direttamente la morte del giovane Federico e non alleggeriremmo il peso di quegli applausi,  ma al contrario ne porremmo pienamente in luce la portata  e  renderemmo chiaro  che episodi del genere, gravi e dolorosi, continueranno a succedersi se non affronteremo alle radici, con un grande impegno collettivo, il problema da cui scaturiscono.

L’uccisione di Aldrovandi  pone in ballo tre questioni: il rispetto    dovuto al valore incommensurabile della vita umana e ad ogni cittadino in qualsiasi circostanza, anche dai “tutori dell’ordine”; l’ossequio dovuto pure dai “tutori dell’ordine” alle sentenze della magistratura, che possono essere discusse e criticate, ma non oltraggiate; la preparazione professionale di chi ha il delicatissimo ed impegnativo compito di esercitare la violenza,quando indispensabile, in nome e per conto dello Stato che è il solo a poterlo farelegittimamente.

Quanto al valore della vita ed al rispetto dovuto ad ogni cittadino, non devono  sfuggire alcuni dati di fatto. Il nostro paese  ha il triste primato delle morti sul lavoro. Che non sono dovute a fatalità,né a negative congiunzioni astrali, bensì al fatto che assicurare le dovute condizioni di sicurezza degli ambienti di lavoro  ha un costo; questo si ripercuoterebbe su quello del lavoro e dei prodotti,   compromettendo la competitività e riducendo i profitti. Sulla sicurezza perciò si risparmia e, di conseguenza, di lavoro si muore. Non si dovrebbe, non si vorrebbe, ma accade. Nessuno però obietta a sufficienza e con efficacia. Al triste elenco degli incidenti sul lavoro tutto sommato ci si è adattati, come all’inevitabile.

Nel nostro paese inoltre sono in corso delle vere e proprie stragi, ancorché silenziose,causate dai rifiuti tossici E’ il caso della “terra dei fuochi”, dove la camorra campana ha sotterrato i veleni prodotti da rispettabili industriali del Nord che dolosamente li hanno ad essa affidati per lo smaltimento. E’ anche il caso di   Taranto, dove l’Ilva li ha diffusinell’ambiente direttamente, senza intermediazione della malavita. E lì muoiono non solo le maestranze, ma anche abitanti del luogo che non hanno mai messo piede nello stabilimento. Nondimeno, se la magistratura sequestra i fondi degli azionisti per destinarli  alla bonifica dell’area ed arrestare la strage che altrimenti continuerebbe, non sono pochi coloro che pensano, dicono e scrivono  che la magistratura faccia male. Che ecceda.

Nel nostro paese c’è poi  una minoranza linguistica, soggetta ad un regime che assomiglia molto all’ apartheid. Sono i Rom, i Sinti e i Caminanti, vittime di  azioni persecutorie in ragione di un apposito provvedimento governativo intestato all’ “Emergenza Nomadi”, che il Consiglio di Stato ha dichiarato illegittimo, ma di fatto ancora in vigore, ad esempio nel Comune di Roma. Non basta: gli immigrati, in aperto dispregio della Carta dei Diritti Umani, sono rinchiusi nei CIE in regime di “detenzione amministrativa”. L’Italia è pure il paese nel quale ai carcerati, oltre a quelle comminate dai magistrati sulla scorta dei Codici, vengono inflitte  pene aggiuntive non previste da alcune legge,ma causate  dalle  condizioni  in cui versano gli “stabilimenti di pena”. A parte Pannella, Bergoglio e Napolitano, comunque inascoltati, chi si scandalizza?

L’elencazione potrebbe continuare, ma non occorre. Gli esempi citati sono sufficienti a far capire   in quale considerazione è tenuta da noi la   vita umana e qual è il rispetto che portiamo alla persona ed ai suoi diritti. E’ una questione di cultura. Questo è il contesto  in cui è maturata l’uccisione del giovane Aldrovandi e di altri che sono morti in circostanze analoghe.

Circa le sentenze è persino banale rilevare che i poliziotti plaudenti sono in ottima compagnia. E’ vero che essi, in ragione del  ruolo di cui sono investiti, più ancora di altridovrebbero   rispettare le sentenze  della magistratura. E’ però improbo spiegarglielo dopo che Berlusconi, da presidente del Consiglio dei Ministri, per vent’anni (e continua a farlo)le ha dileggiate, ha insultato giudici ed istituzioni e, grazie al Parlamento di cui controllava la maggioranza, ha stravolto al proprio personale vantaggio  l’assetto giuridico del paese.Altrettanto hanno fatto, o quasi, altri condannati eccellenti.

L’applauso, dunque, rappresenta un caso isolato; rientra in quadro assai vasto, nel quale primeggia chi per vent’anni ha ricoperto ruoli politici e di governo di primissimo piano.Anche in questo caso dovremmo evitare la sindrome del capro espiatorio: se addossassimo tutte le colpe a Berlusconi ci sfuggirebbe l’entità del problema. Certo, non ha migliorato il clima morale del paese, anzi ha di sicuro contribuito a peggiorarlo; ma non è lui l’origine dei mali. Il “berlusconismo”   esisteva prima della sua “discesa in campo”; più che la causa egli ne è stato l’effetto. Ha interpretato umori largamente presenti nella società italiana  e li ha coagulati; ha costruito uno sbocco politico al sistema di (dis)valori di cui si è fatto paladino e propugnatore, ma non ha lo creato. Era sedimentato nel profondo della società italiana, in quella consistente parte che negli anni ottanta si dichiarò  maggioranza silenziosa ed in quella che negli anni della Resistenza  si chiamò fuori dal conflitto, attendendone, al riparo, l’esito e che gli storici hanno denominato “l’area grigia”.Quando Berlusconi si è presentato inalberando come vessillo quei (dis)valori, “i suoi” lo hanno riconosciuto e lui ne è divenuto subito  l’emblema.  Da qui il suo immediato successo, i milioni di voti che gli italiani gli hanno dato ed il consenso che continua   araccogliere,  anche dopo che le sue “carte” sono state scoperte in sede processuale.

Non di un inqualificabile applauso dunque si tratta, ad opera delle immancabili “mele marce”; non di frustrazioni accumulate negli ultimi tempi ed esplose in quella occasione!Ad ispirare l’applauso  e a sostenerlo vi è  il livello morale del paese. Lo stesso  da cui hanno origine corruzione  ed evasione fiscale.

Quanto poi alla formazione professionale delle forze dell’ordine, dal caso Aldrovandi,come dai diversi casi analoghi venuti in luce,  emerge  la carenza di una preparazione adeguata per  fronteggiare situazioni critiche e delicate: gli operatori, non disponendo di altri mezzi, ricorrono  a quelli che hanno, la coercizione e la violenza controllata. Ma il controllo della violenza non è semplice, richiede un traning specifico che evidentemente  viene trascurato. Ancora una volta emerge una questione di cultura: l’idea che i vertici hanno del ruolo delle forze dell’ordine, dei loro compiti e delle modalità di esercitarli. Un cultura che è coerente ed affine a quanto si è detto prima  sia a proposito della considerazione in cui sono  tenuti   nella nostra società la vita umana ed il rispetto per le  persone e per i loro diritti,sia del sistema di (dis)valori che nel nostro paese è  emerso e si è affermato negli ultimi decenni

Insomma la tragedia consumata in una strada del nostro paese, la sera del 25 settembre 2005, e quanto di recente è avvenuto in una sala per conferenze non sono incidenti di percorso, anomalie casuali, eccezioni che confermano la regola; bensì un’ espressione in forma acuta proprio della regola, o meglio dello scardinamento delle regole, cioè dei valori.Sono  conseguenze del degrado culturale e della crisi   morale della nostra società.

Erano gli anni settanta dello scorso secolo quando Enrico Berlinguer denunciò l’esistenza di una questione morale. Chi se ne è dato  carico? Non la politica; non l’intellettualitàdiffusa; nemmeno gli intellettuali eminenti. E’ prevalsa l’assuefazione e non raramente l’accomodamento; il contagio si è diffuso e persino la “diversità” di cui un tempo menava vanto il PCI è scomparsa.

C’è da chiedersi come ciò sia potuto accadere, come abbiamo fatto a passare  dal paese del “miracolo economico” e del “caso italiano” alla situazione critica e degradata d’oggi. La risposta non sarebbe facile. Bisognerebbe  scavare nella storia di più di cinquant’anni.Un storia  complessa, complicata e contorta  che ha a che fare con la posizione geografica dell’Italia  che per decenni è stata paese di frontiera tra due blocchi contrapposti e con il fatto che  esisteva in esso il più grande partito comunista dell’Occidente. Una storia che, se la si ripercorresse,  ci farebbe imbattere in alcuni morti eccellenti, diverse stragi, una serie di processi penali inconcludenti e non pochi fatti, rimasti avvolti in nebbie misteriose, classificati come “segreti di Stato”.

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