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22 anni dopo Capaci

 

Giovanni Falcone, quando nel 1991 lo conobbi a Roma, in piazza Santa Maria di Trastevere, dirigeva la divisione Affari Penali del Ministero della Giustizia, proprio un anno prima di essere ucciso a Capaci da Cosa Nostra con tutta la sua scorta, ed era appena uscita dall’editore Laterza la prima edizione del mio libro La mafia come metodo.  Allora il giudice palermitano credeva ancora che lo Stato potesse vincere contro la mafia e si proponeva – sia con le misure del governo di cui era diventato protagonista – sia con l’azione di magistrati come i suoi amici Paolo Borsellino e  Peppino Di Lello (per citarne soltanto due, ma ce ne erano molti altri). 

Per rendersi conto subito del significato che la strage di Capaci in cui morirono, con Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, con tutti  gli uomini della scorta ad eccezione dei sopravvissuti Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corvo) vale la pena riportare – almeno in parte – le conclusioni dei giudici nel giudizio di appello celebrato davanti alla Corte di Assise di Appello e concluso il 23 giugno 2000:” L’escalation di violenza che contrassegnò la stagione delle stragi era fina-lizzata a indurre alla trattativa lo Stato, ovvero a consentire un ricambio sul piano politico che, attraverso nuovi rapporti potesse assicurare, come per il passato, le necessarie complicità di cui Cosa Nostra aveva in passato beneficiato (…) si può affermare che il progetto di aggressione nei confronti dello Stato è stato promosso e pianificato dai vertici dell’organizzazione Cosa Nostra con il proponimento di incidere, nel volgere del tempo, sugli assetti di potere esistenti, condizionando la formazione dei nuovi in un’ottica volta a individuare nuovi referenti politici, capaci di assicurare benefici sulla legislazione esistente… Cosa Nostra ha posto in essere un attacco frontale contro lo Stato, attraverso una concentrazione di azioni eclatanti e destabilizzanti in un breve lasso di tempo.” Ed ha ricordato la nota frase del “capo dei capi” Salvatore Riina che aveva detto con chiarezza :”bisogna fare la guerra per fare poi la pace”. 

La strage di Capaci – è il caso di ricordarlo – venne festeggiata in carcere dai mafiosi, a Palermo, nel carcere dell’Ucciardone, e provocò un’ondata di sdegno nella opinione pubblica. Secondo le testimonianze concordi dei collaboratori di giustizia l’attentato fu compiuto per danneggiare il senatore Andreotti mentre il parlamento era riunito in seduta comune per eleggere il nuovo presidente della repubblica ed Andreotti era considerato uno dei candidati più accreditati e sicuri. Ma l’attentato ebbe un impatto così forte che la scelta del parlamento  si orientò su Oscar Luigi Scalfaro che venne eletto appena due giorni dopo la strage, il 25 maggio 1992.  Erano stati utilizzati quattrocento chili di tritolo per liberarsi di quello che era visto allora come il nemico numero uno della mafia siciliana. L’anno dopo la Direzione Investigativa Antimafia riuscì ad individuare e ad intercettare i mafiosi Antonino Gioè, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera che, nelle loro telefonate, facevano riferimento all’attentato di Capaci. Il primo di loro, Gioè, si uccise nella sua cella, forse perché aveva scoperto di essere intercettato mentre parlava dell’attentato di Capaci e di alcuni boss e temeva quindi una vendetta trasversale. Invece altri mafiosi come Di Matteo e la Barbera decisero di collaborare con i giudici e rivelarono i nomi degli altri esecutori della strage siciliana.

Per costringere Di Matteo a ritrattare la sua confessione, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro (che, qualche anno dopo, sarebbe succeduto a Bernardo Provenzano alla guida di Cosa Nostra ) decisero di rapire il figlioletto Giuseppe che venne brutalmente strangolato e sciolto nell’acido, dopo 779 giorni di prigionia. Nonostante ciò, peraltro, Di Matteo continuò la sua collaborazione con la giustizia. Nell’aprile 2006 la Corte di Assise di Appello condannò quelli che ritenne i mandanti della strage di Capaci come di quella di qualche mese successiva di via D’Amelio in cui il giudice Bor-sellino perì a Palermo con tutta la sua scorta. Erano i mafiosi  Giuseppe e Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi, Benedetto Spera, Giuseppe Madonia, Carlo Greco, Stefano Ganci, Antonino Giuffrè, Pietro Aglieri, Benedetto Santapaola, Mariano Agate mentre Giuseppe Lucchese venne assolto. Due anni dopo la prima sezione penale della Corte di Cassazione confermò definitivamente la sentenza di Catania. Di qui le dichiarazioni del procuratore di Caltanissetta Sergio Lari che, nel 2013, ha ritenuto di poter affermare: “Da questa indagine non emerge la partecipazione alla strage di Capaci di soggetti esterni a Cosa Nostra. La mafia non prende ordini e dall’inchiesta non vengono fuori mandanti esterni. Possono esserci soggetti che hanno stretto alleanze con Cosa Nostra ed alcune presenze inquietanti sono emerse nella inchiesta sull’eccidio di via D’Amelio: ma in questa indagine non posso parlare di mandanti esterni. ” Questo sembra lo stato delle indagini ma vale la pena ricordare che Falcone venne ucciso da Cosa Nostra soprattutto per tre ragioni.

La prima si lega al sentimento di vendetta che animava i capi di Cosa Nostra perché il giudice siciliano aveva compreso con particolare chiarezza i meccanismi progettuali e di azione dell’organizzazione mafiosa.  La seconda ragione era di carattere preventivo: si voleva bloccare l’attività successiva di Falcone. La terza si comprende soltanto se la strage si colloca nel più ampio progetto eversivo attuato nel biennio 1992-1993. Si trattò di un piano elaborato dai corleonesi con politici, imprenditori, società finanziarie e con apparati  dello Stato nell’intento di riannodare quel rapporto politico-mafioso che rischiava di sfaldarsi.  Quest’anno, per ricordare Falcone e Borsellino, ventimila studenti commemoreranno a Palermo le due grandi stragi del 1992 (Capaci e via d’Amelio) e mille di loro sbarcheranno nella capitale siciliana su una nave della legalità, organizzata dal Ministero dell’Università e della Ricerca in collaborazione con la Fondazione Giovanni e Francesca Falcone. E questo a me sembra un messaggio beneaugurante non soltanto per il passato così tragico del nostro Paese ma anche per la speranza che le cose possano, un giorno o l’altro, finalmente  cambiare.                              

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