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Ma le vere domande deve porsele il PD

 

Che la sorte giudiziaria di Berlusconi fosse un affido “morbido” ai servizi sociali era nell’aria ormai da qualche giorno. Che Forza Italia avrebbe gridato allo scandalo e tuonato da par suo contro la “sentenza ingiusta” era abbastanza scontato, visto che il copione e gli interpreti sono, più o meno, gli stessi da vent’anni. Ciò che sorprende, e sinceramente lascia sgomenti, è invece l’atteggiamento del PD; o meglio, della maggioranza del PD che si ostina a portare avanti un accordo (il famoso “patto del Nazareno”, siglato da Berlusconi e  Renzi lo scorso 18 gennaio) che è già chiaramente saltato per la sua manifesta insostenibilità.

Perché va bene la propaganda, va bene la campagna elettorale, va bene tutto, compreso un pizzico di spregiudicatezza che in politica purtroppo c’è sempre stato, ma il combinato disposto di Italicum e riforma renziana del Senato, con “i quattro paletti dai quali non si può retrocedere”, va oggettivamente al di là del là della più fervida immaginazione, configurando una concentrazione del potere sconosciuta in Occidente e fortemente a rischio di incostituzionalità.

Non a caso, un Bersani ormai pienamente ristabilito, ha deciso di rompere il silenzio e farsi sentire con un certo vigore, dichiarando al “Corriere” di mercoledì scorso: “Io sono leale, responsabile e voglio bene alla ditta. Ma prima di tutto, viene l’Italia. Le riforme facciamole, però senza pasticci. Perché qui c’è in gioco la democrazia”. E ha aggiunto: “Il combinato disposto tra Italicum e Senato delle autonomie è inaccettabile. Se c’è il monocameralismo bisogna prevedere dei contrappesi. Non è possibile che chi vince prende tutto, governo, Presidente della Repubblica, nomine…”. Dopodiché ha affondato la lama sul crono-programma del Premier: “Va bene andare avanti, ma prendiamoci una serata per discutere e pensare a un progetto per il futuro dei figli, che sia democratico e che regga negli anni. Non facciamo l’errore del Titolo V, per poi ritrovaci tra cinque anni con un bel pasticcio. Parliamone e sono sicuro che una soluzione la troviamo” perché “va bene anche piantare la bandierina entro le Europee, perché vincere è importante, ma non possiamo sbagliare”. Infine, un attacco garbato ma durissimo per quanto riguarda la soglia “inaccettabile” prevista per i partiti coalizzati: “Stiamo attenti a non inserire nel sistema un elemento corruttivo, perché liste e listine di pensionati, vedove o via elencando, che senza ottenere un solo parlamentare concorrono a far vincere il premio, provocano un rischio di corruzione altissimo. Se con il 25 per cento il tuo partito prende tutto, Parlamento, governo, Quirinale e Corte costituzionale, qualcosa in cambio gli devi dare, giusto? Soldi, nomine, ricompense…”.

A nostro giudizio, queste riflessioni di Bersani costituiscono un giudizio assai più duro su Renzi di quello pronunciato qualche giorno fa dai pur rispettabilissimi Rodotà e Zagrebelsky. Dubitiamo, infatti, che sia intensione del piè veloce fiorentino condurre il Paese verso una “svolta autoritaria”, ma siamo quasi certi che si sia imbarcato in un’avventura troppo più grande di lui che, onestamente, lo abbiamo detto fin dal primo giorno, ha dalla sua un’età e un’esperienza politica eccessivamente esigue per ricoprire un incarico tanto gravoso e disseminato di ostacoli ed incognite.

La verità è che Renzi si gioca tutto e lo sa, è prigioniero del suo personaggio e non può uscirne, è cresciuto negli anni del berlusconismo e, di conseguenza, è una vittima involontaria della “videocrazia” e della “sondaggiocrazia” che tante volte abbiamo denunciato nel corso nel tempo, mettendone in evidenza gli aspetti deleteri e cercando, come possibile, di ostacolare questa dittatura dell’apparenza e della semplificazione che purtroppo, dopo due decenni, ha invaso tutte le forze politiche, compresi coloro che più di chiunque altro si sarebbero dovuti opporre a questa drammatica regressione della democrazia.

E invece non è così, e non perché Renzi sia il nuovo Duce o il nuovo Berlusconi ma perché è un figlio del suo tempo e cela dietro i proclami e i costanti attacchi alla minoranza del partito di cui è segretario tutta la propria paura e la propria insicurezza, dovuta al fatto che è cosciente di ciò che gli disse D’Alema in campagna elettorale: una parte del partito gli è ostile perché lo percepisce e lo percepirà sempre come un elemento estraneo, un soggetto troppo diverso e altro da sé. Senza contare che, sul terreno del populismo, deve fare i conti con maestri del calibro di Grillo e con le numerose forze che cavalcano il malcontento popolare nei confronti dell’euro e della tecno-burocrazia di Bruxelles nel tentativo di superare la soglia del 4 per cento o, come nel caso della Lega di Salvini, di tornare al centro della scena politica nazionale.

E pensare che un’ancora di salvezza gli è giunta proprio dai suoi avversari interni che, rendendosi conto dell’assurdità di trasformare un pregiudicato ai servizi sociali in un padre della Patria e ben sapendo che Berlusconi è sul punto di far saltare, ancora una volta, il tavolo per utilizzare il proprio presunto “martirio” a fini propagandistici, gli ha offerto l’ottima bozza di riforma del bicameralismo perfetto redatta da Chiti che, come ha scritto Andrea Scanzi, “cambierebbe il Parlamento dimezzando deputati e senatori, incasserebbe il consenso di tutto il partito (e di SEL, e dei transfughi grillini, e verosimilmente del M5S stesso). Dimostrerebbe elasticità, lungimiranza, arguzia. E a quel punto l’Italia avrebbe finalmente una riforma seria, vera, giusta. Sarebbe meraviglioso. Un capolavoro che metterebbe in ginocchio (a proposito) Berlusconi e derivati. E a quel punto sarebbe doveroso plaudire convintamente l’operato del Presidente del Consiglio. Sarei il primo a farlo”.

Che Renzi non possa accettare questa proposta, essendosi giocato tutto in un incontro dal quale si sarebbe dovuto tenere distante anni luce, è purtroppo un dato di fatto. Per quale motivo il PD abbia scelto di naufragare insieme al proprio incauto timoniere, avallando un pessimo pacchetto di riforme e condannandosi al definitivo fallimento e all’estinzione, è un mistero che può spiegarsi solo con una marcata vocazione all’autolesionismo.

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