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Italicum, un inaccettabile passo indietro

 

Più si susseguono le bozze di riforma della legge elettorale, più ci convinciamo che abbia perfettamente ragione il professor Sartori (uno che di sistemi elettorali se ne intende) quando definisce “Pastrocchium” la trovata uscita dal cilindro del duo Renzi-Berlusconi. Rendendosi conto che la prima versione era davvero indigeribile per l’elettorato di sinistra, il segretario del PD ha pensato bene di correre ai ripari: peccato che la toppa sia quasi peggiore del buco.

Perché noi possiamo accettare tutto, persino un po’ del suo decisionismo e della sua mostruosa convinzione nei propri mezzi, ma le irricevibili pretese di Berlusconi no, quelle le abbiamo sempre contrastate e continueremo a contrastarle chiunque sieda nella stanza dei bottoni di largo del Nazareno.

Da queste parti, infatti, il Porcellum lo abbiamo avversato con fierezza fin da quando fu proposto: era il 2005 e Renzi, all’epoca, era stato eletto da poco più di un anno presidente della provincia di Firenze. Abbiamo combattuto al fianco del renziano Giachetti e digiunato con lui, ne abbiamo raccolto le opinioni e sostenuto la nobile battaglia fin dal primo giorno. Ci siamo schierati contro la vergogna del Parlamento dei nominati e abbiamo implorato invano il PD di Bersani di giungere a un accordo col centrodestra che evitasse al Paese i traumi e le devastazioni che hanno, invece, caratterizzato il 2013, in seguito ad un esito elettorale drammatico ma, a pensarci bene, non poi così difficile da prevedere. Infine, abbiamo accolto con sollievo la bocciatura dell’obbrobrio calderoliano da parte della Consulta e auspicato che le forze della maggioranza proponessero insieme un sistema diverso e migliore.

Per questo, domandiamo al nostro amico Giachetti: ma sei davvero soddisfatto dell’esito dell’accordo?

Una delle nostre principali richieste, come ben sa chi con noi ha digiunato e animato per anni sit-in e manifestazioni, è sempre stata legata al diritto costituzionale dei cittadini di scegliersi i propri rappresentanti, al riconoscimento della dignità del voto di chiunque, qualunque sia il suo orientamento politico, e alla conseguente abolizione dell’intollerabile premio di maggioranza senza soglia minima d’accesso previsto dal Porcellum: una vergogna che ha umiliato la democrazia e degradato le istituzioni, trasformandole in ciò che stiamo vedendo in questi giorni, facendo tornare d’attualità la celebre espressione mussoliniana del “bivacco di manipoli” che fu il preludio alla catastrofe del Ventennio.

Poi è arrivato Renzi e quel maledetto sabato nella sede del PD, quando il sindaco di Firenze non ha trovato di meglio che accordarsi con un noto pregiudicato, prossimo ai domiciliari o all’affido ai servizi sociali, per riscrivere una legge elettorale a immagine e somiglianza del medesimo, rispettosa di quasi tutte le sue pesantissime richieste e indigeribile per la stragrande maggioranza degli italiani, il cui distacco e malcontento nei confronti della politica e delle istituzioni inevitabilmente aumenterà nei prossimi mesi.

Perché va bene la rapidità, va bene il dialogo con gli avversari, va bene persino la richiesta di porre effettivamente al centro del dibattito politico una questione per troppo tempo elusa e trascurata, ma determinati cedimenti no, quelli sono intollerabili, come è intollerabile l’innalzamento della soglia d’accesso al premio di maggioranza dall’assurdo 35 per cento al comunque bassissimo 37, l’umiliazione dei piccoli partiti definiti addirittura “ricattatori”, la soglia di sbarramento passata dal folle 5 per cento al sempre altissimo 4,5, la mancanza di preferenze e la ridicolaggine delle Primarie per la scelta dei parlamentari previste dalla legge ma non obbligatorie, come se avesse senso una norma non vincolante, alla quale, come sempre, finirebbero con l’attenersi solo il PD e SEL e, forse, il Movimento 5 Stelle, attraverso consultazioni on-line assai poco partecipate e rappresentative.

Senza dimenticare il tema cruciale della rappresentanza di genere, tutt’altro che garantita all’interno dell’Italicum, e quello ugualmente importante della ripartizione dei seggi, sancita a livello nazionale e, dunque, in virtù delle liste bloccate, esattamente identica all’odiosa designazione del Porcellum, non a caso dichiarata incostituzionale dalla Consulta.

Al che vien da chiedersi: ma perché Renzi si comporta in questo modo? Ma è mai possibile che non capisca che questa legge, così congegnata, così simile al Porcellum, così pasticciata nei suoi parametri e nel modo in cui è stata presentata all’opinione pubblica, finirà col favorire unicamente Grillo? E la risposta possibile è una sola: il segretario del PD, come abbiamo cercato di spiegare già altre volte, ha un senso solo se si presenta per ciò che è realmente; o meglio, per ciò che è diventato grazie alla costante attenzione mediatica che ha ricevuto in questi anni e al personaggio che un po’ si è cucito e un po’ gli hanno cucito addosso. Se non si muovesse come un elefante in una cristalleria, non si smarcasse da tutto e da tutti e non dimostrasse quotidianamente uno scarso interesse al confronto con le numerose e agguerrite anime del partito; insomma, se perdesse la sua carica rivoluzionaria e il suo carattere di “uomo del Terzo millennio”, rapido, veloce, efficiente, per nulla incline alla mediazione e a piegarsi ai “vecchi riti” e alle “vecchie liturgie”, semplicemente scomparirebbe dalla scena pubblica nel giro di pochi minuti.

Il guaio è che un comportamento del genere può andar bene finché si è fuori dalle istituzioni o finché si è dentro le istituzioni ma ci si comporta come il Movimento 5 Stelle, perseguendo unicamente la logica dello sfascio e della distruzione sistematica del concetto stesso di democrazia rappresentativa, ma non quando si aspira a governare un paese complesso e articolato come l’Italia, non quando si vuole addirittura riformare la Costituzione in alcuni aspetti cruciali, non quando si vuole imprimere una svolta di sistema a una Nazione oggettivamente ferma, arrugginita, stremata dalla crisi e piagata da troppi anni di inconcludenza e immobilismo.

Così come certi toni da “ghe pensi mi” possono andar bene in campagna elettorale ma non dopo, non quando ci si deve confrontare con il dramma degli operai della Electrolux o con le apprensioni di quelli della FIAT che, dopo le mirabolanti intuizioni di Marchionne e la fusione del gruppo torinese con Chrysler, vivono in un contesto di profonda incertezza, con la paura di rimanere dall’oggi al domani in mezzo a una strada.

Infine, basta farsi due conti per comprendere l’assurdità di quest’accordo con un personaggio che in tutti questi anni non ha mai dato alcuna prova di affidabilità. Stando ai dati delle ultime elezioni, sommando il PD e Forza Italia, non si arriva nemmeno al 50 per cento dei consensi e lo si supera di pochissimo se si aggiungono i voti del Nuovo Centrodestra di Alfano. Ora, considerando che fra astensionismo, schede bianche, schede nulle e consenso ai partiti minori, alle prossime elezioni, se passasse l’Italicum, rimarrebbero fuori dalla rappresentanza parlamentare circa ventiquattro milioni di italiani su circa quarantasette aventi diritto al voto, vien da chiedere a Renzi come pensa, pure in caso di vittoria, di far fronte a quest’ondata rabbiosa di malcontento e distacco, disincanto e disperazione che potrebbe esplodere da un momento all’altro.

Perché la rappresentanza parlamentare, è bene che lo capisca quanto prima, non si compone unicamente dei pochi deputati o senatori che animano le istituzioni bensì di milioni di storie, di sogni, di speranze, di richieste di giustizia e di ascolto, di visioni del mondo e del futuro che non possono, specie se deboli e minoritarie, essere escluse artificiosamente, attraverso un sistema punitivo, basato sull’ingordigia di chi non si accontenta mai, di chi vuole sempre di più, di chi è pronto a escludere gli altri pur di raggiungere i propri obiettivi. Queste sono sempre state le caratteristiche di un certo berlusconismo, queste sono le ragioni per cui lo abbiamo sempre avversato, questi sono i motivi per cui chiediamo a Renzi di fermarsi, tornare sui propri passi e non cadere in questa trappola, rispettando maggiormente la minoranza interna e tentando di ricomporre l’alleanza a sinistra con SEL e al centro con i cattolici di Olivero.

Perché un paese, qualunque paese, si può governare con e in nome dei cittadini, non contro: nessuno può varare buone leggi se nelle strade, nelle piazze, davanti ai cancelli delle fabbriche chiuse, nelle scuole e nelle università occupate deve fare i conti con un popolo arreso e privo di interlocutori, sempre più solo, sempre più sfiduciato e disilluso, sempre più costretto a fronteggiare una crisi che distrugge le famiglie e il tessuto sociale e civile della comunità, mina l’avvenire dei giovani e impedisce a chiunque di condurre un’esistenza serena.

No, così nessuno può governare, se non un despota, un populista o un uomo totalmente privo del benché minimo senso dello Stato e delle istituzioni. Poiché sappiamo che Renzi, pur essendo portatore di una visione del mondo molto diversa dalla nostra, non rientra in nessuna di queste categorie, gli rivolgiamo il seguente appello: segretario, si rilegga le riflessioni di Bobbio circa la fine dell’ideologia comunista. Perché le risposte “al bisogno e alla sete di giustizia” di cui essa, sia pur con mille limiti, si era fatta interprete nel corso dei decenni, negli ultimi trent’anni sono rimaste inevase. E oggi siamo tutti più poveri, più fragili, più spaventati, con dei post-partiti privi di una qualunque ideologia e della benché minima idea su come ricostruire una comunità solidale in cammino, magari di natura e dimensioni europee, e delle istituzioni sfregiate dalla violenza di chi cerca maldestramente di interpretare il livore e la furia che possiamo leggere ogni giorno sui social network.

Caro Renzi, in un contesto del genere la sinistra non può governare, chiunque sia il suo leader, chiunque siano i suoi parlamentari. E questo Berlusconi lo sa e si comporta di conseguenza.

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