Informazione, il 2014 un anno già da dimenticare

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di  Nicola Tranfaglia

ROMA – Il nuovo anno, 2014, è incominciato da poco più di un mese ma i dati che chiunque può procurarsi guardando sulla rete le statistiche sui mezzi di comunicazione non potrebbero essere peggiori di quelle che sono state registrate.

Dai quotidiani ai mensili passando per i settimanali c’è stato, nel 2013, un crollo delle vendite a seconda dei generi considerati. Ma, quel che è peggio, malgrado l’egemonia sempre mantenuta dallo strumento televisivo, è che anche la tv generalista, in pratica quella che accompagna dai notiziari ai film e ai documentari ha visto allontanarsi parzialmente il pubblico che l’ha seguita fino al 2012. Naturalmente simili elementi interessano soltanto chi esercita un ruolo nel mondo dell’informazione e, dunque, gli italiani – se si esclude quel mondo – non sanno nulla di quello che è accaduto o può accadere nei prossimi tempi. La contrazione nella diffusione dei quotidiani dell’ultimo anno è stata superiore a tutte le peggiori aspettative: 8,6%, passando dalle 4.561.460 copie medie giornaliere del 2011 alle 4.170.171.

Anche per quanto riguarda i due quotidiani più diffusi, il  Corriere della Sera che aveva riconquistato il primato perso nel precedente decennio, ha perduto da due anni a questa parte, un’erosione di circa centomila copie mensili. Sarebbe un errore – sono il primo a dirlo – attribuire la perdita in questi ultimi anni alla collocazione politica del quotidiano milanese che, di recente, si è messo all’opposizione (sia pure sfumata) dell’attuale governo delle larghe intese e c’è semmai da pensare che abbiano avuto maggiore influenza aspetti culturali e comunicativi che collocano il giornale tra i primi del genere nella storia nazionale.

Ma colpisce il fatto che l’altro quotidiano leader a livello nazionale – espressione di una propria linea politica d’appoggio critico all’attuale governo – sia altrettanto in difficoltà e non riesca a raggiungere l’obbiettivo che si è posto delle quattrocentomila copie, raggiungendo, nel maggio 2013, il proprio record minimo di 321mila copie vendute in quel mese.

Non parliamo degli altri quotidiani più diffusi perchè le cifre sono ancora più basse e confermano quella collocazione del nostro paese agli ultimi posti della classificazione promossa dall’OCSE per i 31 paesi che ne fanno parte: siamo il ventinovesimo per istruzione media ma basta ricordare che “gli italiani fra i 25 anni e i 64 anni con al massimo la licenza di scuola media sono quasi la metà del totale. Solo Spagna, Portogallo e Malta hanno un dato peggiore” ma non si può dimenticare che, in fatto di letture, soltanto 7 italiani su 100 leggono almeno un libro all’anno perchè questo dà ancora di più del primo elemento il senso dell’ignoranza di massa come distintivo del nostro paese a livello europeo.
Aggiungiamo ancora qualche cifra che riguarda l’andamento negativo della televisione generalista: RAI uno passa dal 21 per cento di ascolti nel 2009 al 18,3 % nel 2012: Canale 5 dal 20,7% del 2009 al 15,3 nel 2012; Rai Due, Italia Uno e RAI Tre scendono sotto l’8 % e Rete 4 sotto il 6%.

Potremmo continuar a dar cifre e statistiche ai nostri lettori ma conta di più, a questo punto, sottolineare il pericolo che si arrivi nel nostro paese, se la politica non si assumerà la necessaria responsabilità che le spetta in questo ambito, alla regressione dalla lettura e dall’informazione non ci consenta di uscire – neppure dopo le elezioni generali destinate a precipitare, in mancanza di accordi non soltanto tra una parte e l’altra dello schieramento dei partiti ma addirittura all’interno di ciascuno di essi – dal disastroso ventennio populista berlusconiano. Un giurista dell’Università di Cagliari ricorda a ragione l’importanza del binomio tra cultura e politica non solo per l’Italia di domani ma anche – sono  d’accordo – per l’unificazione politica dell’Europa ancora lontana.Tra le speranze che è lecito nutrire di questi tempi mi pare che queste possano essere tra le più importanti e decisive, per quanto tutt’altro che facili a realizzarsi giacché richiederebbero criteri di selezione delle classi dirigenti in Italia quasi mai finora adottati.

Da dazebao.it


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