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È normale avere 121 giornalisti aggrediti e non reagire? Commento

 

Il silenzio delle autorità. L’assuefazione si fa strada. Perché le intimidazioni sono frequenti ma non suscitano allarme

di Alberto Spampinato 

Scorre senza sosta nella nostra Italia un rosario interminabile di intimidazioni, minacce, abusi, insulti, denigrazioni, condanne spropositate nei confronti dei giornalisti e degli altri oepratori dei media. Sia allunga giorno dopo giorno la lista dei nomi, degli episodi ingiustificabili, delle censure attuate con la violenza o con la propotenza o con la furbesca strumentalizzazione di un armamentario di leggi che rende i giornalisti deboli e indifesi (più che in altri paesi), che penalizza chi si ostina a fare la cronaca raccontando i fatti e chi critica i comportanenti pubblici senza rinunciare all’autonomia di giudizio. Si assiste a un accumulo insopportabile di torti e di ingiustizie ed è, allo stesso tempo, a un oscuramento sempre più esteso del diritto di espressione e di cronaca con una lesione sempre più evidente alla democrazia. Avviene tutto ciò, ma è come se tutto ciò non avvenisse. Solo chi legge i notiziari di Ossigeno per l’Informazione può rendersene conto, poiché ormai neppure gli episodi più violenti conquistano l’attenzione pubblica. Forse dovremmo chiederci se l’assuefazione alla censura violenta sia solo un rischio da fronteggiare o sia già una realtà con cui fare i conti.

Prendiamo, ad esempio, l’ultimo dei più gravi episodi registrati da Ossigeno per l’Informazione. L’aggressione di mercoledì 5 dicembre 2013 a Marilena Natale e a Marco Gargiulo è solo l’ultima di una lunga serie di aggresioni fisiche nei confronti di cronisti, operatori, fotoreporter. Questi episodi purtroppo in Italia non sono sporadici: prima di questa aggressione l’osservatorio Ossigeno per l’Informazione ha classificate altre 120 vittime di aggresioni fra gli operatori dei media, a far data dal 2011, su un totale di 886 vittime delle varie forme di violenza e intimidazione che hanno colpito la categoria.

In realtà si sono verificate molte più aggressioni, ma alcune sono note solo agli organi di polizia, mentre altre non sono state neppure denunciate, perché chi denuncia rischia di passare per un rompiscatole e di perdere il lavoro, spesso precario, e molti aggrediti non se lo possono permettere. Sanno bene che è alto il rischio di essere isolati e trattati come le donne stuprate, violentate alle qui si dice: tu però hai provocato l’aggressore!

Alcuni di questi giornalisti aggrediti, minacciati, intimiditi che non hanno la forza di denunciare si sfogano con Ossigeno a condizione che il loro caso non sia reso noto. È sorprendente che in un paese come il nostro avvenga tutto ciò e che non susciti allarme e neppure attenzione.

Come spiegarlo? Il fatto è che nella nostra Italia prevale l’idea che non ci sia niente da fare, che tocchi ai giornalisti prevenire i rischi con comportamenti adeguati, che eufemisticamente si definiscono “più prudenti”, che in sostanza comportano la rinuncia a svolgere del tutto o in parte la loro professione secondo i canoni deontologici e facendo valere i diritti sanciti dalla Costituzione e dalle leggi che affermano il diritto di cronaca e di espressione.

Questo modo rinunciatario di affrontare il problema rafforza la convinzione che dopotutto aggredire i giornalisti sia una cosa normale, che i giornalisti e gli operatori dei media devono difendersi evitando di fare domande impertinenti, di andare in giro con un taccuino in mano, di girare con una videocamera in spalla con la pretesa di documentare e fare conoscere ai cittadini fatti, misfatti e comportamenti di pubblico interesse.

L’ultima aggressione è avvenuta nei dintorni di Casal di Principe, nella tristemente nota Terra dei Fuochi. Ma questa circostanza geografica non deve tranquillizzarci: fatti simili ormai avvengono in molte altre zone della nostra libera Italia, al Sud e al Nord. Avvengono perché l’informazione giornalistica e il lavoro dei giornalisti sono poco tutelati, sono sempre meno tollerati da mafiosi e prepotenti di ogni risma.

Aggressioni e intimidazioni si ripetono sempre più numerosi. Dal conteggio di Ossigeno, in totale sono già quasi 1600 i casi degli ultimi sei anni. Sono tantissimi. Tuto ciò non è normale, ma comincia ad apparire normale. Tant’è vero che anno dopo anno le reazioni di protesta e le attestazioni di solidarietà sono apparse sempre più deboli e sparute. È segno che ci stiamo facendo l’abitudine. Un po’ per rassegnazione, un po’ per assuefazione, un po’ per quieto vivere, un po’ perché le pubbliche autorità non ci fanno caso.

Tanto disinetresse, tanta disattenzione per un problema che non riguarda solo l’informazione, ma la democrazia, non è normale. Lo diventa man mano che le ingiustizie si ripetono come ricorrenze del calendario e non si riparano i torti. Lo diventa quando le vittime sono soffocate dal silenzio, quando non c’è solidarietà, quando si rinuncia a dire con chiarezza ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, quando si confonde la vittima con il carnefice.

A tutto si può fare l’abitudine. Basta pensare che da anni in questo nostro Bel Paese ci sono giornalisti costretti a muoversi con la scorta armata per non rischiare di essere uccisi. Sono almeno una diecina. Quanti lo sanno? Quanti lo ricordano? Cosa si fa per superare una condizione simile? Poco o niente. Non è normale, ma per molti italiani comincia a diventarlo.

Per fortuna chi guarda le cose da fuori vede tutta l’assurdità della situazione e lo dice. Ad esempio, tre settimane fa quando Ossigeno ha detto cosa accade in Italia a Frank La Rue, il relatore speciale dell’ONU per la liberta di stampa, lui che è guatemalteco, che conosce la terribile situazione del Messico, della Colombia e di altri paesi in cui il diritto di cronaca è osteggiato con le armi, si è messo le mani ai capelli. Com’è possibile che accadano queste cose in Italia?, ha detto. In Europa, ha aggiunto, non c’è un altro paese in cui un giornalista per fare il suo lavoro deve essere scortato dalla polizia, bisogna assolutamente fare qualcosa. È vero, abbiamo convenuto.

Era il 14 novembre 2013. Da allora non si è fatto nulla di concreto e intanto l’elenco dei giornalisti italiani che subiscono minacce, aggressioni, soprusi, querele strumentali si allunga. Nel 2013 il contatore di Ossigeno che ogni anno riparte da zero ha già raggiunto quota 339.

Cos’altro deve succedere? Lo abbiamo chiesto altre volte. Lo ripetiamo oggi e rivolgiamo un appello alle autorità politiche, al ministro della Giustizia e al MInistro dell’Interno, agli organi di sicurezza e agli organi investigativi affinché dicano cosa risulta a loro di tutto ciò e affinché intervengano con determinazione. Facciano tutto ciò che è necessario per dimostrare che in Italia chi aggredisce un giornalista o un operatore dei media impegnato a fare il suo lavoro va incontro a sicura punizione, non la passa liscia. Dimostrino che lo Stato sta dalla parte di chi lavora per dire ai cittadini cosa accade, facendo domande, mostrando loro luoghi, fatti e persone, mostrando in modo critico i comportamenti del potere, rivelando verità e circostanze annidate nelle pagine più nascoste di atti pubblici e fascicoli giudiziari, come è dovere dei giornalisti. Dicano che solo i criminali e i loro complici trattano i giornalisti come provocatori e ficcanaso. I giornali e le tv, se possibile, facciano la loro parte: rompano il silenzio sulle minacce ai giornalisti, facciano sapere ai cittadini cosa accade ai giornalisti che seguono più scrupolosamente i doveri e le regole del loro mestiere.

unci – il presidente dell’Unione Nazionale CrONISTI iTALIANI, , Guido Columba, e dell’Unione Cronisti della Campania, Renato Rocco hanno dichiarato: “Ancora una volta è un cronista ad essere preso di mira ed a subire un’aggressione solo perché ha svolto il suo lavoro, quello di informare l’opinione pubblica, in questo caso sull’emergenza ambientale nel Casertano. Un atto di violenza fisica da stigmatizzare ma che dimostra anche come ci sia sempre chi vorrebbe il silenzio da parte dei media su problematiche gravi che interessano vasti territori ed intere popolazioni. L’episodio di oggi richiede che forZe dell’ordine e magistratura garantiscano ai cronisti di poter svolgere il loro lavoro nell’interesse di tutta la comunità.

Pier Paolo Petino, direttore del service “Videoinformazioni” “L’episodio evidenzia, ancora una volta il clima teso e violento che i giornalisti ‘di frontiera’ vivono sulla loro pelle e che sono costretti ad affrontare con coraggio, spesso a rischio della loro incolumita’. Marilena Natale e’ stata piu’ volte oggetto di minacce da parte di esponenti della criminalita’ locale ed ha subi’to attentati gia’ denunciati e al vaglio dell’autorita’ giudiziaria”.

OSSIGENO

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