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Congo: troppi interessi, nessuna pace

 

Dopo la sconfitta di M23 la situazione congolese sembra in stallo, ma molti la osservano, riflettendo sulle prossime mosse

Davide Maggiore

Sembra quasi un Risiko giocato sulla pelle dei civili, la situazione nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Pochi giorni dopo che la ribellione di M23 – messa all’angolo dall’esercito regolare e dalle forze Onu – ha dichiarato la fine di un’insurrezione durata un anno e mezzo, da Goma, capoluogo del Nord-Kivu, esponenti della società civile già lanciavano l’allarme, denunciando la presenza di un centinaio di militari rwandesi nei pressi dell’aeroporto cittadino. Sono alcuni di quelli che – secondo varie accuse, sempre negate dal governo di Kigali – sostenevano i guerriglieri di M23, o si tratta di un elemento, per così dire, ‘indipendente’ dai miliziani ormai sconfitti? Difficile dirlo, per ora, in una situazione ancora fluida, e sullo sfondo di una pace in bilico.

Certo, un tavolo delle trattative, nella capitale ugandese Kampala, ha permesso di riaprire il confronto tra le autorità e i ribelli: le giornate del vertice hanno però coinciso con la caduta degli ultimi bastioni di M23 e con l’annuncio della fine della lotta armata. La conseguenza è stata una vera e propria battaglia di parole, che ha portato le trattative ad arenarsi già sul titolo del documento da firmare: ‘dichiarazione’ per il governo, preoccupato di non dare alcun tipo di legittimità ai miliziani; ‘accordo’ nei desideri dei ribelli, per cui quello stesso riconoscimento potrebbe essere l’ultima spiaggia.

La richiesta degli insorti, hanno lasciato intendere ufficiali dell’M23 interpellati dalla rivista ‘The East African’, era tutt’altro che improvvisata. Sarebbe stato il presidente ugandese Museveni a premere, già un anno fa, per le trattative tra i ribelli – che avevano occupato Goma – e il governo; secondo le stesse fonti il gruppo armato sarebbe stato ulteriormente rassicurato sulle possibilità di un’intesa nelle ultime settimane, durante un summit in Sudafrica. Il capo-delegazione di M23 a Kampala, inoltre, ha sostenuto che, prima dell’interruzione del negoziato ci fosse già un accordo “su tutto il contenuto del documento, compresa l’amnistia” richiesta dai ribelli. Una condizione che, alla luce degli sviluppi militari, Kinshasa ha forse considerato troppo esosa, visto che avrebbe dovuto riguardare anche i comandanti accusati di aver commesso gravi abusi nel corso del conflitto.

Kinshasa spinge invece per un processo ai capi ribelli, spalleggiata dalle Nazioni Unite e dagli Usa, ed ha accusato l’Uganda – Paese dove si è rifugiato il capo militare di M23, Sultani Makenga – di comportarsi non da mediatrice, ma da parte in conflitto. Di certo, la preferenza di Kampala per un accordo politico rispetto alla soluzione militare era nota da tempo: all’inizio di novembre era stata riaffermata dal tenente colonnello Paddy Ankunda, portavoce dell’esercito congolese, secondo cui “entrambe le parti” dovevano “capire che le soluzioni durevoli sono fondate soltanto su incentivi politici che richiedono un dialogo, un compromesso e un accordo”. Decisamente più alti i toni usati, qualche giorno dopo, direttamente dal presidente Museveni contro le autorità congolesi, tacciate di cercare una soluzione “eurocentrica” trascurando gli organismi sovranazionali africani.

Che Joseph Kabila, capo di Stato della sempre fragile Repubblica Democratica del Congo speri di acquistare forza (e magari la legittimità per un terzo mandato ad oggi proibito dalla Costituzione) dal supporto della Francia e degli stessi Stati Uniti è un’analisi più volte ripetuta. Così come è fuori di dubbio che nell’Est congolese si intreccino vari interessi politici, strategici ed economici: questi, però, non possono essere ridotti alle dinamiche, giustamente citate, in atto tra Usa e Cina, né tantomeno, come le parole di Museveni potrebbero far pensare, a una semplice contrapposizione tra ‘l’Occidente’ euro-americano e le ragioni ‘locali’ africane.

Innanzitutto, gli stessi Stati Uniti, a lungo vicini ad Uganda e Rwanda, potrebbero ora sentire il bisogno di allinearsi diversamente nella regione, visto che le già citate accuse di sostegno alla ribellione armata hanno riguardato entrambi i Paesi. In più, non va sottovalutato il ruolo di due attori regionali che, nonostante la storia ben diversa, hanno l’obiettivo comune di espandere la propria sfera d’influenza. Da un lato c’è il Sudafrica, da vent’anni candidato naturale a una posizione di preminenza sullo scacchiere africano. Dall’altro la Tanzania, che dopo anni di marginalità economica sta cominciando ad attirare molte attenzioni grazie a giacimenti di materie prime (gas, petrolio, uranio) recentemente scoperti e fondamentali dal punto di vista energetico. Una rilevanza strategica che può solo incoraggiare sogni di grandezza politica.

Proprio Sudafrica e Tanzania possono essere considerate, da un certo punto di vista, le vincitrici nella vicenda-M23: arrivano infatti da questi due Paesi la maggior parte delle truppe della brigata Onu che è stata fondamentale nel costringere alla fuga i ribelli. Da loro dipenderà anche la riuscita di qualsiasi azione – già ipotizzata dal rappresentante dell’Onu, Martin Kobler – contro le altre sigle ribelli attive in territorio congolese, comprese dunque le FDLR (Forces Democratiques de Liberation du Rwanda), nemiche storiche dell’attuale governo rwandese, e le ADF (Allied Democratic Forces), che minacciano invece l’Uganda. Insomma, sono ancora molte le incognite e diversi gli interessi in campo: troppi, probabilmente, per formulare qualsiasi previsione sul futuro del Congo e capire se davvero un accordo di pace potrà andare oltre le buone intenzioni del suo titolo, qualunque esso sia.

Da ilmondodiannibale.it

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