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Minzo ha perso, la patria è salva. Un caffè di lotta e di governo

 

“B ha un altro processo. Le larghe compravendite”, scrive il Fatto. “Compravendita di senatori, rinvio a giudizio a Napoli”, spiega il Corriere. Poi, tra virgolette, la riflessione del neo rinviato a giudizio: “Stanno cercando di farmi fuori”. Per la Stampa, semplicemente: “Berlusconi a giudizio”. E la Repubblica: “Voti comprati, processo a Berlusconi. Comprò i senatori per far cadere Prodi. L’ira del Cavaliere, il governo rischia”. Stanco di tornare su una vicenda di cui tutto è già noto (il passaggio del gaglioffo De Gregorio da Di Pietro a Silvio, le trattative di Lavitola per il pagamento in nero, poi il patteggiamento (venti mesi di pena) e la chiamata in correità di Berlusconi), il Giornale ci delizia con una foto rubata che immortala l’interno disadorno della stanza dove lavora un sostituto procuratore di Roma. Sulla parete la foto di B che stringe la mano ad Alfano e la scritta “reo (B) con fesso (Angelino). Per Sallusti è la prova provata di una “giustizia militante”. E il Giornale titola: “Se il PM esibisce in ufficio il suo odio per Berlusconi”.

Oggi nessun quotidiano salta, con un titolone, sull’esternazione di giornata del Presidente Napolitano. Eppure quella di ieri non è stata delle meno significative: “La vita pubblica e l’opinione dei cittadini sono condizionate e deviate da un’onda diffusa e continua di vociferazioni, di faziosità, di invenzioni calunniose, che inquinano il dibattito politico e mirano non solo a destabilizzare un equilibrio di governo, ma a gettare ombre in modo particolare sulle istituzioni di più alta garanzia e di imparziale e unitaria rappresentanza nazionale”. Il presidente avverte, dunque, il discredito che rischia di derivare dalle insinuazioni sulla grazia che sarebbe stata promessa al “condannato”, e dal sospetto che persino l’invito presidenziale a considerare l’ipotesi di indulto e amnistia per decongestionare la carceri nascondesse un regalo per B.

Ha ragione, Napolitano. Anch’io vedo il rischio di un’abitudine italiana (con relativa nausea)  al fango, al sospetto, alla dietrologia, a risolvere tutto con l’insulto non risolvendo nulla. Tuttavia a me questo sgradevole fetore, che emanano giornali, televisioni e ancora di più il web, sembra la conseguenza di una sospensione della democrazia che è proprio legata alla cornice delle larghe intese. A un dover essere imposto dall’alto e che palesemente non regge. Alla favola che davvero si possa governare la crisi insieme al “condannato” e sotto il maglio dei suoi persistenti ricatti. Che si possa fondare questa “tenuta” sulla bugia  che Pd e PDL troveranno l’intesa per riformare la Costituzione e che da ciò deriverà una rigenerazione della politica.

Ieri al Senato, con 218 voti (4 oltre la soglia dei due terzi dell’emiciclo) è passata, in seconda lettura, la legge costituzionale Quagliariello che istituisce un Comitato di 42 parlamentari, con l’incarico di proporre un progetto di revisione della Costituzione, e  prevede modifiche all’articolo 138, quello che presiede ai cambiamenti dell’impianto costituzionale. Contro, i 5 Stelle, la pattuglia di SEL e , fuori dal Parlamento, il vasto movimento che ha manifestato che si è riunito in piazza del Popolo, con Rodotà, Landini, Ciotti. A favore Pd, PDL e Scelta Civica. A favore, si fa per dire. Perché, in verità, non so quanti credano ancora che i 42 possano trovare il bandolo per superare contrapposizioni, sospetti, sfiducia reciproca e varare un progetto di riforma.  No, ieri si è votato per inerzia. Perché se no cade il governo. Perché l’alternativa non si vede. Perché noi siamo responsabili.

Ho provato a dire che è meglio finirla con questa prassi del rinvio nella speranza di un’improbabile palingenesi, a sostenere che la democrazia è conflitto e confronto, che è un errore escludere il movimento 5 Stelle e consegnarlo al solipsismo parolaio del suo fondatore. Ho provato a ricordare come il PDL, tutto il PDL, stia sabotando la Commissione Antimafia perché una persona per bene, ma non gradita, ne è stata eletta presidente. Ho provato a sostenere  (ante litteram) che, certo, la “dignità del Parlamento e delle stesse forze politiche si difende non lasciando  il campo ad altra istituzione” (sono parole di Napolitano) ma che questo Parlamento non potrà non “naufragare ancora nelle contrapposizioni e nella inconcludenza”  se non sarà capace, prima, di respingere l’attacco allo Stato di diritto e al carattere liberale della democrazia che emana dalla richiesta di una soluzione politica per Berlusconi.

Ho provato. Prima di me lo aveva fatto Walter Tocci (non votando la legge in prima lettura). Alla fine 5 senatori del Pd non hanno partecipato al voto o si sono astenuti. Altrettanti hanno espresso critiche severe in un documento ma hanno poi votato a favore. Intanto dall’altra parte dell’emiciclo, i “falchi” Minzolini,  Nitto Palma attaccavano la “colomba” Quagliariello sostenendo: “niente riforme se prima non si cambia la giustizia e non si risarcisce Berlusconi per la persecuzione giudiziaria che sta subendo”. 11 senatori del PDL non hanno votato.

“Il governo rischia di cadere per una mossa dell’ex direttore del Tg1”, la Stampa. “I duri PDL fanno le prove generale di crisi”, Il Fatto Quotidiano. “Si astengono i falchi del PDL: le riforme passano per un soffio”, Corriere della Sera. E Repubblica: “Letta in allarme, così non riusciamo a reggere”.

Sommessamente vi chiedo, “compagni” giornalisti: è  un contrordine? Siccome la destra minaccia, noi di sinistra dobbiamo combattere con il soldato Letta, obbedire agli ordini dei capi gruppo, credere alla panzana che i 42 riformeranno la Costituzione? A me l’atteggiamento di tanta parte dell’informazione, tutto giocato sulla coppia amico-nemico o sul  grido vergogna-inciucio, sembra lo specchio delle larghe intese. I problemi sono complessi e non è facile operare la necessaria semplificazione giornalistica. Ecco che o ci si affida in modo acritico ai consigli di un vecchio signore che vuole risuscitare addirittura la “svolta di Salerno”, o si cambia umore scoprendo che tutto è sporco, tutto è casta e la verità è sempre dietro.

Basta. Io credo che la crisi italiana sia crisi di tutte le elites, politiche,  imprenditoriali, intellettuali, giornalistiche. Che ci sentiamo prigionieri di un appartamento angusto e non vediamo che le porte e le finestre aperte sono spalancate. Ma abbiamo paura e rimestiamo nel brodo. Invece continuo a sperare che entri un po’ d’aria nuova nella casa. Magari, chissà, anche con il congresso del Pd. E credo che se ieri se altri 5 senatori avessero disertato il voto e la legge Quagliariello fosse stata bocciata per mancanza dei due terzi, non è vero che il governo sarebbe caduto. No. Le due anime del PDL sarebbero state costrette a chiarirsi e probabilmente si sarebbero divise. Il Pd avrebbe potuto dirsi che cosa vuole dalla finanziaria. Letta avrebbe potuto governare ancora e su basi meno incerte. I 5 Stelle sarebbero stati costretti a uscire dal ghetto in cui il loro capo li vuole costringere.

Sbaglio? Possibile. Intanto Angela Merkel è su tutte le furie perché gli americani ascoltavano le sue conversazioni al cellulare. Intanto il Parlamento di Bruxelles invita l’Italia a superare leggi che rendono più difficile il soccorso dei profughi in mare (per via del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina). Ma noi balliamo sempre intorno a Berlusconi.

da corradinomineo.it

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