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La crisi italiana, un cupo orizzonte

 

 Alcuni  studenti e amici mi hanno chiesto dopo il mio articolo a dir poco pessimistico di ieri su  “la crisi italiana che precipita”, per ricordare il titolo, se dopo le dimissioni chieste dall’uomo di Arcore la situazione è cambiata. Vorrei con la brevità, richiesta dalla rete, provare a chiarire una posizione che non parte da tesi preconcette ma che vuole tener conto soprattutto della condizione attuale del parlamento e della pubblica opinione che, pure come dimostra il forum aperto da Articolo 21 ha qualche difficoltà ad esprimersi e a farsi sentire.

La  buona intesa che c’è in questo momento tra il Capo dello Stato e il presidente del Consiglio, tenendo conto delle ultime dichiarazioni seguite, in questi giorni, alla decisione di Berlusconi di chiedere prima a tutti i parlamentari del PDL le dimissioni e quindi di dimissionare anche i ministri PDL del governo Letta, fa vedere con chiarezza le difficoltà quasi insuperabili della crisi. Anche a far calcoli complessivi sui seggi al Senato e a non tener conto dell’opportuna  precisazione del segretario Epifani che “i democratici non andranno alla ricerca di voti dissidenti in Parlamento” e che il partito “avvierà” (come anche a me pare necessario) un’operazione verità nel paese attraverso iniziative nei territori, gazebi, giornate di volantinaggio e magari una manifestazione nazionale per “tornare a parlare” con iscritti e simpatizzanti e “smontare le bugie di Berlusconi” non si può dire con sicurezza se il governo Letta supererà questa settimana le votazioni di fiducia che dovrà chiedere, prima al Senato e poi alla Camera. E, come è noto, è soprattutto nella Camera Alta sarà difficile trovare la maggioranza, basta ricordare quel che successe, cinque anni fa, al secondo governo Prodi che dovette lasciare la spugna proprio per i  pochi voti che mancarono al Senato. Ma, al di là dei calcoli che si possono pronosticare sul voto parlamentare, occorre tener presente che la mossa improvvisa e inaspettata di un leader populista come Berlusconi che ha sempre detto negli ultimi mesi di voler restare nella maggioranza di governo, si spiega  soltanto con un calcolo che dovrebbe essere ormai evidente agli italiani: lo scioglimento delle Camere e le elezioni a novembre sono l’unico mezzo rimasto a Berlusconi per evitare la decadenza da senatore e continuare quindi a guidare la nuova Forza Italia senza dovere, come fa il caimano minore, Beppe Grillo, che regge – con piglio dittatoriale -i suoi giovani seguaci, limitarsi alla funzione esterna di referente o rappresentante.

Ora, guardando le cose da questo punto di vista, il problema si sposta sui contenuti. Nel clima, sia pure temporaneo sembra di capire, del Partito democratico, Letta non può accettare di restare al governo per attuare i ritocchi necessari all’indecente “Porcellum, ha senso che resti presidente del Consiglio se potrà far approvare la legge di stabilità che deve essere messa a posto entro l’anno e le riforme urgenti per il superamento dell’austerità e la ripresa dello sviluppo economico e civile dell’Italia. Ma è prevedibile che di fronte a scelte così importanti e all’urgenza di Berlusconi di sfuggire alla decadenza il governo Letta I o anche II possa andare avanti fino alla primavera.

Chi conosce il berlusconismo da molto tempo (a me è accaduto di dedicargli un libretto intitolato Populismo autoritario, uscito già tre anni fa) dubita, e molto, che la collaborazione tra PD e PDL possa ancora continuare in parlamento e al governo. E la scissione all’interno del PDL, pur di fronte alle dichiarazioni ultime di personaggi come Lupi, Lorenzin e Quagliariello, sembra ancora lontana. Per non parlare dell’espressione ridicola di “nuova unione dei moderati intorno a Berlusconi” o di esponenti del PDL, a cominciare dall’ex segretario particolare Angelino Alfano, che si definiscono “diversamente berlusconiani”. Siamo ancora lontani, mi pare, dal taglio del cordone ombelicale che potrebbe, semmai, esser favorito da eventi traumatici, dopo il quattro ottobre….

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