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Il colorito politichese, dai Trinariciuti ai Pentastellati

 

di  Sandro Marucci  

ROMA – L’ italiano si evolve non meno delle altre lingue. Molte parole cadono in disuso, altre nascono d’improvviso. I padri sono in genere gli uomini politici, con i loro contorti discorsi in Parlamento o in televisione, i giornalisti che li devono interpretare e tradurre per il volgo, i tecnici di ogni ramo che ricorrono a terminologie inedite.

Il giornalismo politico italiano non ha un suo Gianni Brera, geniale inventore di neologismi, ma i resocontisti parlamentari non mancano certo di fantasia. Nel definire i partiti e i movimenti politici in genere il loro giornalismo si è sempre sbizzarrito. Dalla Repubblica in poi è stato tutto un florilegio.

Prima c’erano solo i monarchici, poi i partiti si sono moltiplicati come conigli, e i democristiani si sono beccati subito gli epiteti peggiori: dalla moderata allitterazione di “democristi” al più pesante “forchettoni”, conseguente alla presa di potere della Democrazia Cristiana negli anni del dopoguerra. Era un partito oggi si direbbe di larghe intese che nel palazzo Cenci-Bolognetti di piazza del Gesù faceva convivere i “morotei” da Aldo Moro, con i “dorotei” reduci da una riunione in un convento delle suore Dorotee.

In campo avverso c’erano i comunisti, ovvero il PCI (il pc inteso come personal computer era di là da essere inventato), che spesso gli avversari definivano “trinariciuti”, una maschera della moderna commedia dell’arte elevata a dignità letteraria da Giovannino Guareschi con il suo Peppone, ortodosso sindaco comunista contrapposto a Don Camillo, battagliero parroco di campagna.

Per tutti gli esponenti e i militanti della sinistra, dall’ allora Unione Sovietica stalinista , arrivò in Italia l’appellativo di “compagno”, traduzione letterale del russo “tovaric”. Oggi compagni sono anche i componenti, il sesso non conta, delle coppie non sposate, oltre ovviamente i vecchi compagni di scuola. Erano gli anni in cui i giovani comunisti erano definiti “figiciotti” perché iscritti alla FGCI (Federazione Giovanile Comunista Italiana), oggi scomparsa, da non confondere con la Federazione Italiana Gioco Calcio, tuttora esistente.

La sinistra, con un percorso ad ostacoli degno di piazza di Siena, dal PCI (correttamente Partito Comunista Italiano) è passata negli anni all’ambiguo PDS (Partito Democratico di Sinistra), quindi con un’apocope al laconico DS (Democratici di Sinistra), per approdare ai nostri giorni allo sfortunato PD (Partito Democratico). Perché sfortunato? Perché quasi contemporaneamente sulla scena della politica italiana fa il suo rumoroso ingresso un comico di successo, Beppe Grillo, il quale per attaccare sia il partito di centro-sinistra che quello di centro-destra definisce il primo un “PD senza L”. Pur non essendo un’invenzione dei giornalisti, la cattiveria piace e va spesso sui giornali.

Dalla comune matrice del PSI, storico partito socialista sopravvissuto al distacco nel 1921 dei compagni comunisti, sono discesi in rapida successione i “piselli”, quelli del PSLI, partito socialista dei lavoratori italiani, e quindi i “socialdemocratici” come furono chiamati gli esponenti del PSDI, regolamentare acronimo di Partito Socialista Democratico Italiano.

Un giorno è arrivata la Lega prima Lombarda poi Nord, e “leghisti” sono stati subito chiamati i suoi affiliati, detti anche “lumbard”, “carroccio” il loro partito, e “senatur “ il suo capo storico. Coinvolti nella nomenclatura leghista anche gli incolpevoli Alberto da Giussano e Federico Barbarossa.

Poi è arrivato Berlusconi, rubando agli stadi in cui giocava la nazionale azzurra il legittimo grido dei tifosi “Forza Italia!” con tanto di punto esclamativo. Subito sui giornali i seguaci di Berlusconi sono diventati gli “italioti”, oppure “ forzisti”, infine “azzurri” dal colore della bandiera del movimento, anch’esso rubato alla maglia della nazionale di calcio.

Ma la legge del neologismo che ironizza vale anche per il nuovo arrivato M5S, “Movimento Cinque stelle”: i suoi sono subito definiti “grillini” o “grilli” tout court. addirittura “pentastellati”: un ultimo, questo, capolavoro linguistico che rimanda al primo della serie: nell’immediato dopoguerra “L’uomo qualunque” di Guglielmo Giannini fece coniare due termini entrati nella lingua scritta e parlata senza fare anticamera: qualunquista e qualunquismo. Oggi non siamo da meno e abbiamo “panciafichismo” , “cerchiobottismo” e l’impronunciabile “maanchismo” di veltroniana memoria , a indicare comportamenti politici non proprio dinamici o di dubbia coerenza. Forse non faranno epoca.

Più recentemente, è entrato nella classifica dei neologismi l’elegante (si fa per dire) definizione della politica leghista che suona “cielodurismo”, su suggerimento del “Senatur” che volle così attribuire ai suoi una specialità anatomica, peraltro non facilmente controllabile se non nell’intimità. Ma non dura, “dura minga” dicono a Milano, lo stesso Bossi non lo dice più.

da dazebao.it

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