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Il PD e il bisogno di una visione

 

Con buona pace di alcuni dotti pensatori del nostro tempo, persino noi, malgrado le limitate risorse mentali a disposizione, siamo arrivati a comprendere che, per fare davvero il bene del Paese, il governo debba agire concretamente e non limitarsi a durare. Peccato che la giornata di ieri abbia ampiamente dimostrato che l’esecutivo non solo agisce ma consente all’Italia di dotarsi di importanti norme di civiltà come l’introduzione di pene alternative al carcere per i reati di lieve entità e l’inasprimento delle pene per quel che riguarda, invece, la barbarie della violenza sulle donne, spesso preludio di quei delitti atroci che hanno preso il nome di “femminicidi”.

Certo, non è il massimo e non è tutto ciò che dovrebbe fare, specie se si valuta l’operato di Letta e dei suoi ministri in un’ottica di sinistra, ma è altrettanto vero che, nelle condizioni date, non è nemmeno poi così poco, come ha ribadito in questi giorni il segretario del Partito Democratico, Guglielmo Epifani.

Il vero problema, dunque, non è affatto l’applicazione della sentenza della Cassazione né, tanto meno, il voto nella Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari e successivamente in Aula in merito alla decadenza di Berlusconi da senatore: sul punto, infatti, chi per convenienza, chi per convinzione, chi per timore di una rivolta della base, nel PD sembrano essere tutti d’accordo. Le questioni cruciali con le quali dovremo confrontarci in autunno, al contrario, sono, per quanto riguarda il PDL, i rapporti tutt’altro che idilliaci tra “falchi” e “colombe” e, per quanto riguarda il PD, le ripercussioni che il serrato dibattito congressuale avrà sulla tenuta del governo.

Perché una cosa è certa: sia nel PD che nel PDL è come se oramai esistessero due partiti rivali. Nel PD, la contrapposizione si gioca tra l’asse filo-governativo, composto da Letta, Bersani e Franceschini, e coloro che non vedono l’ora di tornare alle urne: i renziani, naturalmente, ma anche quelli che non hanno mai accettato, e faticano sempre di più a digerire, l’esistenza di questo esecutivo di larghe intese. E anche tra di loro esistono delle profonde divisioni perché il vero, inconfessabile desiderio dei renziani è che Letta si faccia da parte al massimo nella primavera del 2014 per poter lanciare la volata al proprio leader mentre l’obiettivo, correttamente dichiarato alla luce del Sole, di Pippo Civati, Laura Puppato, Walter Tocci e di tutta l’ala sinistra del partito è la ricomposizione dell’alleanza con SEL e l’apertura ai movimenti e alla società civile, al fine di offrire finalmente una rappresentanza politica a quella cosiddetta “area Rodotà” che, al momento, tende a rifugiarsi nell’astensione, nel voto di protesta o in un voto al PD tutt’altro che convinto.

Nel PDL, invece, la frattura è, se possibile, ancora più drammatica perché tutti da quelle parti, amazzoni e pitonesse comprese, hanno capito che, una volta conclusasi la stagione berlusconiana, nulla sarà più come prima e che quel partito, basandosi unicamente sul carisma oramai declinante del proprio leader, è destinato a dissolversi. Il che, ci permettiamo di insinuare con un tocco di malizia, non dispiacerebbe per niente all’ala governista, rappresentata dai Lupi, dai Quagliariello, dalle De Girolamo e dalle Lorenzin, mentre provocherebbe non poche difficoltà a chi fatica ad immaginare il proprio futuro politico senza Berlusconi, anche perché ha ammesso più volte pubblicamente di dovergli tutto o quasi. I primi, volendo essere ancora più cattivi, talvolta danno l’impressione di non vedere l’ora che il Cavaliere esca di scena per potersi ricongiungere con Casini, l’ala montiana e, magari, quel pezzo di società civile vicino a Montezemolo e dar vita a un centrodestra liberale di stampo europeo. I secondi, invece, sono pronti a tutto pur di difendere colui che li ha lanciati, difesi e protetti per anni, anche a costo di interrompere un’esperienza di governo che, sia pur tra mille difficoltà, sta iniziando a dare i primi frutti nell’ambito della ripresa economica.

Ed è proprio qui, tra le crepe di un sistema politico che da anni fatica a dare risposte concrete ai cittadini, che deve affermarsi il ruolo, oserei dire la missione storica, del Partito Democratico: condurre l’Italia fuori dal ventennio berlusconiano, indicarle una strada, una prospettiva e un modello economico e di sviluppo radicalmente alternativi rispetto al disastro neo-liberista cui abbiamo assistito negli ultimi trent’anni e favorire, implicitamente, la nascita di quel centrodestra “normale” con cui dal 1994 aspettiamo invano di poterci confrontare.

Tuttavia, perché ciò avvenga, è indispensabile che il PD la smetta di perder tempo a discutere di regole, statuti e date (a proposito, l’Assemblea Nazionale è fissata per il 20 e 21 settembre mentre le Primarie, probabilmente, si svolgeranno domenica 24 novembre) e torni a parlare di contenuti, idee, proposte, sogni e aspirazioni per la società in cui vorremmo che crescessero le future generazioni. In poche parole, ha un disperato bisogno di darsi un’ideologia, una visione e un orizzonte ampio e globale per riuscire, finalmente, ad affrontare i problemi in un’ottica meno provinciale e con lo sguardo rivolto verso un mondo in continua evoluzione. Se, al contrario, dovessero prevalere, ancora una volta, i personalismi e le smodate ambizioni di chi si ostina a proporre un modello sociale, culturale ed economico che ha già ampiamente fallito in tutto il Vecchio Continente, Italia compresa, non ci sarebbe scampo né per il PD né per il Paese né per chi, sia pur lentamente, sta iniziando a risollevarsi dopo anni di crisi devastante.

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