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Relazione Agcom, quello che non c’è

 
Ieri l’Agcom ha presentato la sua relazione al Parlamento sul sistema della comunicazione. Alcuni spunti sono condivisibili, ad esempio l’evidenza del divario territoriale e dell’arretratezza nell’uso di internet; l’allarme per la condizione congiunturale che vive il settore delle telecomunicazioni; i problemi regolatori conseguenti all’ipotesi di separazione della rete Telecom. Altre considerazioni invece seguono vecchi cliché come quelle relative allo stato del sistema televisivo, con il rinnovato annuncio del superamento dei ricavi di Mediaset da parte di Sky (piccola differenza Sky si approvvigiona con gli abbonamenti e non facendo incetta di pubblicità) o degli effetti della convergenza sul comparto editoriale (non c’e un’analisi delle reali sfide poste da internet e delle possibili soluzioni). Mancano invece aspetti centrali nel sistema dei media di cui tuttavia si è ritenuto di non fare menzione. Per iniziare, non c’è nulla sui fenomeni di accaparramento delle frequenze (a proposito della gara per il dividendo digitale c’è solo un implicita menzione). Nulla sulla concentrazione del mercato pubblicitario (l’Agcom da tempo avrebbe dovuto identificare all’interno del SIC, cioè del sistema integrato delle comunicazioni, un mercato della pubblicità e valutare ed eliminare le posizioni di dominanza). Nulla sulla riforma dell’Auditel e di Audiradio, cioé dei rilevamenti degli indici di ascolto (in Italia si assiste al paradosso che la pubblicità non va dove si realizzano buoni ascolti: caso La7 docet). Nulla sulla RAI e sulla sua riforma (in particolare, é assente una difesa del concetto di servizio pubblico messo in discussione recentemente dal Governo). Nulla, soprattutto, sul pluralismo e sulla libertà dell’informazione. Eppure noi siamo un paese che si colloca nel 2013, secondo la stima di Reporter senza frontiere, al 57mo posto nel mondo, dopo il Botswana e il Niger, nella classifica sulla libertà di informazione. Lo spregio di questi mesi (ad esempio sui controprocessi in TV) non esiste. Anzi si insinua una proposta di cambiamento della vigilanza sulla par condicio, che intanto dovrebbe essere applicata in quanto legge dello Stato. Nulla di conseguenza si dice sul conflitto di interessi e sul sostegno privilegiato che per la parte relativa ai media sono demandati all’Agcom. Insomma, il tema dell’assenza di pluralismo nella televisione sembra non esistere. A queste questioni si aggiunge il silenzio sugli scottanti ed attuali temi della libertà della rete e della sua neutralità. Certo questo non meraviglia giacché siamo alla vigilia dell’adozione da parte della stessa Agcom di un testo sulla regolamentazione del copyright su internet, con accluse sanzioni, privo di un ragionevole fondamento giuridico. Infine, nulla si dice sugli inquietanti fenomeni di concentrazione che interessano il mondo editoriale (caso RCS in primis). In relazione a questo aspetto l’Agcom ha precise competenze: la vigilanza sul divieto di concentrazione attraverso controllo del limite massimo del 20% delle copie tirate; l’eliminazione delle posizioni di dominanza nel mercato dei quotidiani, mercato che è bene ricordare é stato individuato tra quelli del SIC ai fini dell’applicazione delle misure a tutela del pluralismo. Ma come detto nulla si dice nella relazione al Parlamento. Ahimè, non resta che consolarci con la lettura delle suggestive missive di Della Valle, che sul caso stavolta scrive, coram populo, al Presidente della Repubblica, dimenticando però di indirizzare come dovrebbe anche all’Agcom, che per parte sua già partecipa all’oblio.

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