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Governo del fare nel paese del non fare

 

Ieri, aprendo il pacco dei giornali (scusate l’espressione demodé: dovrei dire “scorrendo il web”, ma non mi piace) ho trovato almeno un grande quotidiano che apriva non sul caso Kyenge o sul caso Kazakhstan, o sul caso cassazione-referendum-Berlusconi, o sul caso Renzi-Merkel (tutti importantissimi per noi che andiamo a pranzo e a cena, e tutti adeguatamente presenti nelle prime pagine): ma apriva sulle prospettive del lavoro e della sicurezza sociale secondo Giovannini. E, avendo in casa quattro nipoti laureati o laureandi in età da lavoro, mi sono buttato a leggerlo prioritariamente. Così mi è un po’ passata la depressione del week end, per quel titolo dell’Espresso nella rubrica “Legge e libertà”, in cui il professor Ainis descrive un governo del voler fare in un paese che non vuole che si faccia. Tra i popoli sviluppati, siamo i più restii a credere che la legge renda liberi. Il nodo per migliorare la legge, per realizzare la riforma istituzionale, sta qui, nel fatto che istituzioni moderne ci darebbero norme  più efficaci, mentre non è questo il desiderio di molti. Altrimenti non potremmo più essere il paese dove milioni di connazionali sbattono la testa contro il muro, mentre 800 miliardi di tributi evadono ed Equitalia  riesce a recuperarne 68. Dove le mafie intimano alle aziende i pizzi e ai sindaci di dimettersi, i supertecnici scambiano le ciminiere per grosse sigarette, i vertici ministeriali  ordinano rastrellamenti di mogli e bambini di dissidenti, mentre lasciano a gruppi di terroristi di impedire nelle valli alpine opere d’interesse nazionale. Crolla la politica e riappare la burocrazia dei vari “Policarpo de Tappeti” umbertini, di cui RaiTre ha meritoriamente rimandato in onda l’antica rappresentazione di Rascel e Peppino De Filippo: quella col penino piano e quella col pennino a beccuccio. Il parlamento conta poco, dopo tanto antiparlamentarismo, il governo quasi niente, non avendo un parlamento forte alle spalle: la commissione che dovrebbe riformarli si perde i pezzi, da 35 sono diventati 34 con  le dimissioni di Lorenza Carlassare e potrebbero diventare 33 con  quelle di Nadia Urbinati.

Tutto – politica, alta burocrazia, mezze maniche, amici di casalesi, magistrati neoassunti e attribuiti dal Csm a tribunali che non esistono (Napoli Nord), mentre altri tribunali non hanno giudici e altri ancora non hanno cause –  è perfettamente italiano: è l’incapacità di autogestirci senza l’assillo di un premier con gli scarponi chiodati. Italiano come la corte di  Montalto di Castro che, dopo anni dalla notte brava in cui sette piccoli criminali del luogo stuprarono a turno per tre ore una loro coetanea, li “condanna” a un anno di servizi sociali, magari presso altre donne stuprate. E meno male che Montalto non è in Florida. Si consolino la ministra Kyenge o l’ex ministra Carfagna: nella nostra retrocessione verso la barbarie, non siamo ancora arrivati a legittimare la civiltà della colt. Purtroppo ci arriveremo, se lo “Stato” consentirà ancora  che un assessore (Monasterace, Rc) rifiuti di firmare la costituzione di parte civile del Comune contro la ‘ndrangheta, così costringendo a nuove dimissioni la sindachessa Pd, per la quale si mosse la prima volta Bersani e la seconda Boldrini. Meglio i prefetti dell’età di Policarpo de Tappeti. Perché mai la società dovrebbe volere “legge e libertà”, quando è già libera di fare il porco comodo suo con la “legge” che c’è?   Venticinque anni fa sentii l’attuale azionista di riferimento del governo lamentarsi per i fastidi che gli procuravano le emittenti e le costruzioni di nove città, così gli chiesi perché non sollecitasse nuove leggi; e, guardandomi come Calderoli la Kyenge, mi rispose: “Nuove leggi, e perché?”

La riforma della costituzione e delle istituzioni dovrebbe darci non nuovi miti (presidenzialisti, per citare) , ma nuovi istituti che sincronizzino le istituzioni con la vita: una camera politica che esprima un  governo con maggiori poteri in parlamento, una camera del territorio  che prevenga e liquidi i contenziosi fra stato e regioni, un capo dello stato non governante ma garante delle regole politiche del buongoverno, sulla cui correttezza costituzionale giudica la Consulta; una magistratura che amministri un sistema con poche leggi e precluso alle rappresentanze ideologiche (abbiamo passato l’intera  settimana scorsa per esaminare al microscopio il colore dei magistrati di Cassazione che giudicheranno Mediaset; mentre un ex ministro del porto delle nebbie si sbraccia in terre di notoria legalità per un referendum che ci assicuri una magistratura tutta di parrucconi del re); un sistema di contrappesi anche amministrativi, ma non ottusi come troppi magistrati di Tar, perenni  de Tappeti, che, fatto l’esame di bella calligrafia al ricorrente,  condannano la scuola che boccia gli alunni anziché prendere a calci chi ricorre contro la bocciatura; una riduzione, già annunciata, a tre soli livelli territoriali di governo (comuni, regioni, stato); un completamento dell’eguaglianza dei diritti come quella annunciata per i figli, comunque nati, e quella che dovrà venire tra coppie di fatto e di diritto.

C’è un soluzione certa per fare tutto questo? Certa no, perché potrebbe assicurarla solo la congiunzione tra virtù e fortuna: che – spiegava Machiavelli (qualcuno ne ha visitato la mostra al Vittoriano?),  quando c’è ti innalza, quando  non c’è ti abbatte. Però c’è sempre la storia. Quella d’Italia dice che nei cent’anni da Cavour a Giolitti a De Gasperi il paese è stato fatto e rifatto, lingua, istituzioni, economia. Sempre ricorrendo  tre condizioni: un leader fortissimo, un partito coeso per convinzione e necessità, un programma concreto anche nelle audacie e perseguito senza indulgenze. E’ il partito che ci si aspetta di veder nascere dal congresso del Pd, dopo tanti aborti.

da “Europa Quotidiano”

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