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De Palma e quella chiesa che grida la sua vicinanza a chi e’ disperato

 

La Chiesa non parla il linguaggio della politica ,ma quello del Vangelo. Nola, dove ci sono la sede della Curia ed il vescovo Depalma, in queste settimane e’ stata una citta’ gioiosa come sempre a fine giugno quando c’e’ la Festa dei Gigli,una delle più importanti in Campania e forse nel Paese.La gente vi si riconosce, la Chiesa amorevolmente perdona qualche degenerazione dal sacro al profano,ma giustamente non rinuncia ad essere presente. Pomigliano d’Arco dista una decina di minuti in auto. E’  un’altra realta’, dove le difficolta’ della Fiat e la Cassa integrazione hanno portato disperazione.Il Vescovo non poteva non sentire,negli stessi giorni, questo contrasto tra gioia e dolore e non scendere in campo laddove c’e’ chi soffre. Stupefacenti le accuse nei suoi confronti. Chi svolge quel tipo di ministero parla anche un linguaggio simbolico,porta con se’ il valore dello stare dalla parte degli ultimi. Anche Papa Francesco va a Lampedusa per questa ragione. Non per dettare le linee di una corretta politica sui migranti,non per aprire indiscriminatamente le porte del Nord del mondo a chi  voglia arrivarvi dal Sud,ma per gridare con forza che c’e’ un problema che interroga le coscienze e che si chiama poverta’. I governanti delle Nazioni più’ ricche spesso dimenticano che ancora in troppi muoiono per fame. Francesco non offre loro nuove ricette ma, come in fondo Depalma, pone una questione e si schiera con gli ultimi. Da noi tali sono quelli senza il lavoro e senza la speranza di poterlo trovare. Depalma non fa il capo del sindacato ,di un nuovo sindacato voluto dalla Chiesa per far politica, ma grida la sua vicinanza a chi e’ disperato (certo il rischio che tra loro possano esserci violenti c’e,ma non va strumentalizzato) e pone una questione che non puo’ essere liquidata con un’ overdose di arroganza.

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