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La Croazia 28° paese della Ue. Luci ed ombre dell’allargamento ad est. Intervista a prof. Arduino Paniccia

 

La dogana che si svuota di divise e, insieme, di tanti significati. Il confine con la Slovenia, e dunque con il resto dell’Unione europea, che ora non esiste più. Sparisce il posto di blocco, a Dragonija come a Sečovlje. La notte tra il 30 giugno e il primo luglio, a mezzanotte in punto, la Croazia è diventata il ventottesimo Paese dell’Unione Europea. Ha un sapore intenso questa adesione per una terra così segnata dalle profonde cicatrici del secolo breve. L’inizio di una nuova vita per la Croazia, che si lascia alle spalle periodi drammatici.
L’ultimo in ordine di tempo negli anni Novanta, con quella sanguinosa guerra fratricida che ha dilaniato i Balcani tra il ‘91 e il ‘95.

Oggi, nove anni dopo la Slovenia, la Croazia – con i suoi 56.000 km quadrati e 4 milioni e mezzo di abitanti – è il secondo dei sei Paesi che componevano la ex Jugoslavia ad aderire all’Unione europea. Lunghi negoziati, un processo durato quasi 10 anni. Nell’aprile 2009 intanto l’ingresso nella Nato, due anni più tardi il trattato di adesione all’Ue, poi ratificato da tutti i 27 paesi membri. Nel gennaio 2012 il referendum, in cui il 66% dei croati si è pronunciato a favore dell’ingresso. Un’affluenza alle urne molto bassa, ferma al 43,6 per cento, inferiore addirittura a quella del referendum ungherese del 2003, al 45,6 per cento. Se dieci anni fa, all’inizio dei negoziati, era altissima la percentuale di croati favorevole all’adesione, oggi si è raffreddato l’entusiasmo, e di molto.
Tanto che ad aprile 2013 appena il 20,7 per cento degli aventi diritto è andato alle urne per scegliere i deputati che siederanno nel Parlamento europeo.

Archiviati i brindisi e i fuochi d’artificio di rito che hanno illuminato la notte di Zagabria, su questo allargamento ad est restano luci e ombre. Si guarda, giustamente, alle opportunità, alle risorse, alle potenzialità di sviluppo di questa 28esima stella della bandiera europea, ma questo nuovo ingresso avviene in un momento particolare per l’Ue. Ne parliamo con il professor Arduino Paniccia (nella foto), docente di Studi strategici e di Economia internazionale all’Università di Trieste.

La Croazia, esattamente una settimana fa, è entrata ufficialmente a far parte dell’Unione europea, Ue che sta vivendo uno dei periodi più neri della sua storia…
L’Unione Europea ha voluto portare a termine questo percorso intrapreso dieci anni fa, senza tener conto della situazione globale che oggi sta attraversando. Non era questo il momento giusto per far entrare la Croazia, come Ue abbiamo già tantissimi problemi. Non posso definire l’Unione agonizzante, ma è una realtà con molti punti interrogativi. Certo, non sarà l’adesione della Croazia che potrà destabilizzare l’Unione Europea, né questo ingresso potrà eliminare i problemi della Croazia, che sono molti. Ma in un periodo così difficile per l’Europa potevamo certamente farne a meno, per adesso, di questo nuovo ingresso.

La Croazia è in effetti in recessione da 4 anni, la disoccupazione è altissima, il tasso di corruzione preoccupante. Il debito pubblico è al 54 per cento, il rapporto deficit/Pil è al -4,6 per cento e quindi ben superiore ai limiti imposti da Bruxelles. Il Paese rischia un’imminente procedura di infrazione?
Si, secondo me sì. E questa non sarà l’unica. Con questo ingresso i croati  avranno molti più problemi del passato. Essere membro dell’Ue significa dover rispettare vincoli molto rigidi, obblighi, regole imposte con la testa da finlandese, danese, tedesco.

I croati ora guardano ai 10 miliardi di euro di fondi europei che stanno per arrivare…
Questi soldi rappresentano solo un palliativo. Bisogna essere in grado di investirli nel modo giusto. Certo, saranno impegnati nelle infrastrutture, nei servizi, ma poi quando finiranno il paese rischia di ritrovarsi, se non proprio al punto di partenza, quasi. Sarà un triennio difficile.

Per ora non si parla di euro, la moneta in Croazia resta la kuna.
Eh menomale! Mi auguro i croati non facciano l’atto inconsulto, un paese come la Croazia non avrebbe quasi nessun vantaggio perché l’euro è fatto per paesi dove la produttività  è altissima.

Quali sono invece le strade che devono seguire i croati per uscire dalla difficile situazione in cui si trovano?
Puntare tutto sul turismo, sulle coste che possono essere ancor di più valorizzate e che rappresentano la vera risorsa del Paese. E poi la Croazia deve credere molto nei suoi giovani, che sono già mitteleuropei, e possono dare la svolta vera di cui necessita il paese.

Ci sono rischi, come ipotizzato da qualcuno, di un arrivo in massa di lavoratori croati in Italia visto che la disoccupazione lì galoppa oltre il 21 per cento?
Assolutamente no! Non verranno qui, se emigreranno sceglieranno l’Austria o la Germania. E’ solo una polemica politica questa, di certo non ci sono pericoli di invasioni di massa. I giovani croati scelgono l’Italia per studiare, anche all’università di Trieste ce ne sono molti di studenti croati, molto preparati, che si impegnano davvero, che da noi vengono a studiare soprattutto marketing e turismo. Vanno anche a Venezia per il design, ma pensare a un’invasione di massa è un’assurdità.

Il maggiore partner commerciale della Croazia oggi è l’Italia: l’ingresso nell’Ue del Paese quali cambiamenti porterà da questo punto di vista?
Questo dipende moltissimo dall’Italia, da come saprà gestire il rapporto. Per Venezia queste terre sono state  importanti alleate nei secoli passati, oggi potrebbero esserlo ancora, ma non vanno fatte stupide guerre provinciali senza senso! La guerra tra il prosecco italiano e il croato prose, ad esempio, è un pessimo inizio.  La Croazia, invece, potrebbe essere uno Stato che lavora con noi per una diversa visione dell’Adriatico nell’ambito dell’Unione Europea. Sono anni che parliamo di corridoi europei, intanto nei mari del Nord sono stati avviati progetti importanti dell’Unione Europea, con investimenti significativi. Da noi nulla.  Su questo bisogna lavorare assieme, con l’obiettivo comune di una crescita dell’intera area adriatica.

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