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Uno Stato. Un capo. – il caffè di Mineo, 26 aprile 2013

 

Il futuro nuovo governo secondo Altan. “Ecco il rospo!” dice il cameriere. E il cliente: “Wow! Il mio piatto preferito!”. Con minore autoironia, ma è questo il sentimento generale che troverete in edicola. La cronaca racconta dell’efficacia con cui Enrico Letta ha saputo rispondere alle provocazioni della Lombardi,” scongelatevi”. Di Angelino  Alfano che fa il poliziotto cattivo : due ore a berciare sui nomi dei ministri con il Presidente incaricato, per poi lasciare a Silvio-ospite-di-Bush il ruolo di spandere miele “il nome e il cognome dei prossimi ministri non è certo un problema….spero davvero che (Enrico Letta) riesca a formare il governo”. Infine troviamo sui giornali “saggi” (Quagliarello) ed editorialisti (Folli sul Sole, Ferrara per Servizio Pubblico) che spiegano quale sia il vero salvacondotto per il Caimano: la “legittimazione” che gli deriverà dall’essere, con Napolitano, levatrice del nuovo governo. Una legittimazione che dovrebbe anche de-legittimare i suoi giudici.
A questo punto penso che i lettori vogliano sapere cosa penso. Al di là della richiesta di un ampio dibattito a sinistra e della constatazione che un governo serve, in particolare a chi più soffre per la crisi. Ritengo che ormai siamo entrati a pieno titolo in una Repubblica Presidenziale. Mi sembra che  il Napolitano 2 raccolga in sé più poteri reali di quanti non ne abbia il francese Hollande e forse anche Barak Obama. Giorgio Napolitano è però un sincero democratico e non ha l’età né l’intenzione di restare a lungo al Quirinale.
Dietro di lui emergono due protagonisti, carismatici, demagoghi e liberisti : Berlusconi e Grillo. Il primo si presenta come burattinaio discreto di tutto quello che si fa o si potrà fare in futuro: riduzione delle tasse, provvedimenti d’emergenza, abolizione del bicameralismo. Il secondo soffia sulla rabbia e sul disincanto, contrappone piazza a palazzo. “Non ci mescoleremo mai”, ha scritto ieri in rete. Il Pd, come partito, si è suicidato. L’abolizione del finanziamento pubblico gli darà la mazzata finale. Spera di poter rientrare nello schema, un giorno, grazie a un suo uomo della provvidenza, Matteo Renzi. Ma di elezioni per ora non se ne parla, due competitor, Beppe e Silvio, sono troppi e Matteo è costretto ad aspettare. Sperando che la lunga corsa non gli appesantisca le ali.
Se non avessi 63 anni e per 35 non mi fossi impegnato solo a fare il giornalista, avrei chiaro quale dovrebbe essere la risposta. Fondare un partito della sinistra. Convincere chi protesta che si deve “mescolare” e che soprattutto deve proporre. Ma il fatto è che la sinistra parla una babele di lingue. Barca e Rodotà, Civati e Landini e Vendola e Tocci. Poi arriverebbero i reduci di Ingroia. E la “società civile”, che fa la lasci fuori? Libera, Emergency, Servizio Pubblico. E i fan della “decrescita”, i pacifisti radicali (quelli per cui se gli Stati Uniti dicono -lo hanno fatto ieri- che Assad ha usato armi chimiche è perché vogliono distruggere la Siria…), senza dimenticare gli animalisti!
Se li immagino in un palazzo a discutere insieme, rivivo l’incubo dell’Angelo sterminatore, di Bunuel. Il fatto è che manca alla sinistra “un centro di gravità permanente”, come direbbe Battiato. Manca una cultura di riferimento. Questo è anche un bene, perché le culture politiche della sinistra novecentesca si sono rivelate niente affatto in grado di interpretare il reale. Solo che per imporre una nuova lingua comune ci vorrebbe genio e pazienza. E soprattutto non si dovrebbe chiudere il recinto troppo presto. Servono aria aperta e confronto spregiudicato. Per poter capire quando la difesa di interessi legittimi diventi rinuncia a un progetto di  futuro, a un’idea per vincere. I precari della scuola hanno sempre ragione? Possiamo tenere in piedi le fabbriche come sono, per salvare i posto di lavoro? E se proteggessimo i lavoratori dipendenti (d’accordo, pagati male e vessati dal prelievo fiscale alla fonte) non rischieremmo di perdere i nuovi proletari a partita Iva?
C’è poi il problema del partito, dei partiti. Con tv e rete si generano al più capi carismatici. Ma per cambiare servono intelligenza collettiva, donne e uomini a Roma come a Bronte e a Biella. Vasto programma. Intanto ci troviamo con il professor Boccia, due volte sconfitto alle primarie da Vendola, che vuole espellere chi non se la sentirà di votare  la fiducia. Capite? Chi denuncia il disastroso voltafaccia del gruppo dirigente del Pd si merita una pedata, i 101 senza nome che hanno affossato Prodi, li decoreranno al merito. In fondo hanno aperto la strada all’accordo con Berlusconi.

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