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8 marzo: assemblea pubblica in piazza sotto le finestre del consultorio di via Manfredonia, a rischio chiusura

 

“Anche questa è una forma di violenza sul corpo della donna, una questione di controllo sociale che passa anche e soprattutto attraverso il corpo, laddove la donna viene concepita per il suo ruolo biologico…” E’ giovane la ragazza che stringe il microfono, o per lo meno lo sembra, e la violenza di cui parla è la paventata chiusura o gli accorpamenti decisi per i consultori famigliari.

Roma, quartiere Quarticciolo, periferia romana, a poche centinaia di metri dalla Palmiro Togliatti. La festa della donna la si celebra così, con un’assemblea pubblica in piazza sotto le finestre del consultorio di via Manfredonia, a rischio chiusura già da svariati mesi, e per scongiurare la quale c’è stata una vera e propria levata di scudi da parte degli abitanti, più di 2.000 firme raccolte in poco tempo, per un servizio ritenuto indispensabile. Una chiusura, dicono, decisa dall’alto e che ha come unica motivazione la mancanza di un “ascensore”. “Ma noi l’ascensore lo abbiamo anche trovato” spiega un’attivista al microfono “il problema è che l’Ater dovrebbe dare l’autorizzazione a fare i lavori per sistemarlo.” Cavilli insomma, che nascondano una realtà un po’ più complessa e un grido d’allarme: la volontà è quella di chiudere, accorpare o, comunque, ridurre di molto le prestazioni erogate e gli orari. A lanciarlo, nel maggio del 2012 era già stata la Consulta dei consultori di Roma attraverso la sua presidente, Pina Adorno: “ …tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, a causa di pensionamenti e trasferimenti, gli operatori dei CCFF sono diminuiti di circa 50 unità nella capitale e si assiste ad uno stillicidio continuo di consultori accorpati, trasferiti, soppressi nelle Asl di Roma. La Consulta dei Consultori di Roma riceve continue segnalazioni in questo senso e, se non viene invertita la rotta, il rischio che questi servizi siano completamente svuotati e progressivamente eliminati, o perlomeno trasformati radicalmente riducendone l’efficacia, è molto alto.”

“Nel 2007- si legge nel volantino distribuito ai presenti- i Consultori in Italia erano 2.097, nel 2009 erano 1.911, e oggi continuano a diminuire, nonostante la legge del 1996 preveda un consultorio ogni 20mila abitanti. Anche nel Comune di Roma i Consultori stanno subendo drastiche riduzioni di orario, accorpamenti e chiusure.”

Solo su Roma risultano infatti già essere quattro le strutture chiuse, altre quattro fortemente a rischio, mentre per ulteriori cinque il servizio è ridotto, il che molto spesso significa orari di visita drasticamente diminuiti e a volte coincidenti con gli orari di lavoro.

I comitati, le assemblee e i collettivi di donne presenti non hanno dubbi sul fatto che si tratti ancora una volta di un attacco di natura politica contro strutture nate appunto da un particolare contesto politico e da una serie di rivendicazioni, prima fra tutte il diritto della donna di avere pieno controllo del proprio corpo.

E ad essere colpita non è solo la capitale. Nel novembre 2010 era stato lo stesso Ministero della sanità a tracciare un bilancio fortemente negativo nel primo rapporto nazionale ad essi dedicato: pochi, con poco personale, chiusi o riaccorpati, questo il quadro complessivo che si colloca in quello più generale dei drastici tagli imposti a livello generale nel campo della tutela della salute e che, a ridosso delle recenti elezioni politiche aveva portato Amref Italia a fare un appello pubblico al futuro Governo per: “ il consolidamento, nello specifico, dei consultori familiari che, in quanto servizi socio-sanitari integrati di base, risultano determinanti per la promozione della salute della donna e per la preparazione alla procreazione responsabile.”

Lombardia, Liguria, Puglia… dal nord al sud continua il lento stillicidio, senza che la cosa susciti particolare clamore, come del resto non ha suscitato gran clamore la recente decisione da parte del TAR del Piemonte che ha giudicato inammissibile il ricorso presentato contro la seconda delibera voluta dalla giunta Cota che autorizza i volontari pro-vita ad operare all’interno delle strutture pubbliche e del percorso sanitario previsto dalla legge 194.

Se a questo poi si unisce, infine, il dato relativo ai medici obiettori in Italia ( intorno al 70% con picchi dell’80 nelle regioni meridionali, stando ai dati ufficiali) che ci ha portati ancora una volta nel mirino del Consiglio d’Europa per mancata “tutela dei diritti protetti all’articolo 11, diritto alla protezione della salute, e alla lettera E, non discriminazione della Carta Sociale Europea, in vigore in Italia dal 1999”, facendo eco a una ben nota pellicola verrebbe solo da esclamare: “non è un paese per donne.”

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