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Parma: usura e ‘ndrangheta

 

di Giuseppe La Pietra*

“Si tratta soltanto di un’operazione per frode fiscale”. Questa l’affermazione del sig. Luigi (purtroppo solo il nome è di fantasia), membro di un autorevole associazione locale. Luigi dibatte con il suo direttivo: “vista la situazione non mi sembra il caso di uscire con un comunicato”. L’associazione concorda, ritiene opportuno tacere. L’episodio si riferisce all’operazione della Guardia di Finanza di Cremona, della Dda di Bologna e della Procura nazionale antimafia avvenuta lo scorso 15 febbraio, in cui sono state coinvolte la città di Parma con la perquisizione avvenuta in due ditte di trasporti, così come la provincia: Torrile e Trecasali, per i controlli nelle abitazioni di due imprenditori, poi Colorno, perché le indagini hanno condotto gli inquirenti in un istituto di credito all’ombra della Reggia.

Come la nebbia, tipica della bassa parmense, a mano a mano che si dirada fa scorgere lentamente il paesaggio nascosto, così, nei giorni che seguiranno l’operazione di contrasto alla frode fiscale, false fatturazioni e all’usura, sembra essere sempre più nitida la presenza della ‘ndrangheta. Ci troviamo davanti a quella che il sostituto procuratore della Dna Roberto Pennisi definì già da tempo in commissione parlamentare antimafia l’asse Modena-Reggio-Parma-Piacenza e Cremona, dove opera la ndrangheta di matrice lamentina e cotronese, con persone strettamente legate al Clan di Nicolino Grande Aracri, detto mano di gomma, per i più intimi affiliati “manuzza”, il cui fratello, Francesco, è il capo bastone reggente con sede a Brescello (RE), ormai detta anche Cutrello, operante per lo più nel settore dell’edilizia.

Mano di gomma, come l’eroe dei fantastici 4 si allunga e si ritira, a seconda degli affari da trattare e degli uomini e le donne da collocare, estende il suo controllo dalle nostre parti fin dagli anni ’90. Non è poi così difficile ricordare quanto accadde a Salsomaggiore, come gli affari della famiglia dei Dragone e dei Grande Aracri erano protesi a gestire e controllare il mercato della droga, con annesso nel 1999 l’omicidio di Giuseppe Carceo, questo, senza mai perdere di vista il tempo propizio per incentivare anche il mercato delle costruzioni immobiliari e altre attività ad esso correlate.

Se provassimo a guardare al di là della recente operazione, a sfogliare anche semplicemente gli archivi della cronaca, vedremo emergere in modo palese come sia pervasiva e radicata sul nostro territorio la presenza della ‘ndrangheta, ormai emiliana, che parla il linguaggio di questa terra, fa qui i suoi affari e consolida operativamente una rete di uomini e donne, nomi che ritornano e s’intersecano a più riprese e non solo nelle diverse operazioni giudiziarie.

Uomini e donne residenti, stanziali, non in un unico paese ovviamente ma sparpagliati almeno in una decina di paesi della provincia e uniti fra loro, non per una particolare posizione geografica ma sulla base di una – forse – più semplice modalità che consenta il controllo e la gestione degli affari sull’intero territorio provinciale. Proviamo a partire da Parma. Qui, nell’ottobre 2010, in seguito all’operazione “Woodline” della Dda di Catanzaro su Isola Capo Rizzuto, finisce agli arresti domiciliari Giuseppe Colacchio, residente a Parma. Il sequestro dei beni il cui valore complessivo ammonta a 6 milioni di euro in beni mobili e immobili, attività economiche e finanziarie, riguardano le attività dell’imprenditore Francesco Anselmo Cavarretta, ritenuto espressione economica del clan Arena, finito agli arresti.

Di fatto Cavaretta si serviva di una società amministrata da Colacchio per la copertura delle sue attività imprenditoriali. Proseguiamo, spostiamoci verso Trecasali e Roccabianca, dove troviamo rispettivamente Franco Ruggiero e Filippo Carrà, entrambi legati alla cosca dei Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia). Nel corso dell’ operazione “Time to Time” avvenuta nel 2010, oltre al capo bastone Salvatore Mancuso, vengono arrestati anche i due parmensi di adozione, tutti impegnati in attività di estrosioni e usura. Sono ritenuti colpevoli dell’omicidio di Francesco Chirillo.

E’ lo stesso Ruggiero, infatti, sulla base di quanto emerge dall’ordinanza del gip Tiziana Macrì a raccontare pèer filo e per segno come Chirillo viene ucciso: “…Il cornuto sono andato a chiamarlo, sempre per il discorso dei soldi sono andato in campagna da lui, l’ho visto che si “puliciava” (affermava di essere in miseria) come diciamo noi calabresi, che si “annacava” (tergiversava)”. Segue una colluttazione fra i due, poi: “A quel punto mi sono preso di nervi, e l’ho ammazzato, perché continuava a dire brutte parole”. Ma da Roccabianca ora non ci spostiamo. Qui ha sede la Tre Emme costruzioni, l’impresa che insieme al Consorzio edile M2 di Soragna fanno il loro ingresso nella vicenda che coinvolse la Bacchi spa, a cui fu negato il certificato antimafia dalla Prefettura di Reggio Emilia. Le indagini sono quelle partite dalla Dda di Firenze, relative ai lavori del terzo stralcio della Tangenziale nord di Novellara.

Secondo la Prefettura di Reggio Emilia, nell’assegnazione dei lavori “La Bacchi avrebbe consapevolmente eluso la normativa antimafia per il controllo dei subappalti”, destinati da questa alla Tre Emme per 130.000 euro e al Consorzio edile M2 per 50.000 euro. Dov’è il trucco. L’obbligo dell’autorizzazione antimafia scatta solo per subappalti di importo superiore a 155.000 euro, ecco perché, secondo la relazione dell’ispezione, “la Bacchi avrebbe aggirato l’ostacolo suddividendo il subappalto” fra le due imprese parmensi, riconducibili alla famiglia dei Mattace di Cutro, ritenuta dagli investigatori affiliata ai Grande Aracri. Mano(vra) di gomma. A questo punto entra in scena un personaggio a noi già noto, perché coinvolto oltre che in altre indagini anche in quella dello scorso anno partita da Cremona, per usura, giunta poi nel ducato parmigiano lo scorso 15 febbraio: Giuliano Floro Vito, uomo di gomma e di fiducia di Nicola Grande Aracri.

Floro Vito, ex cognato di Domenico Mattace, viene trovato nel cantiere della Bacchi come dipendente della Tre Emme. Fin qui, tutto potrebbe sembrare in regola se non fosse che il Sig. Floro Vito sarebbe dovuto stare agli arresti domiciliari per via di una pena imputatagli per il reato di usura nel 2010, dove a fargli compagnia c’erano i diversi membri della famiglia Silipo. E così, scartabellando fra i nostri archivi è sempre meno polveroso il connubio fra usura e mattone. Sembra essere questo il filo di gomma che lega alcuni comuni del parmense a uomini e donne in grado di mettere in opera una ragnatela fitta, elastica, in cui anche per la cronaca non è sempre facile addentrarsi.

Proseguendo verso la fine del nostro sintetico itinerario, è a Soragna, sede del Consorzio Edile M2, che viene arrestato Vincenzo Capano, nipote di Franco Ruggiero. Verso di lui, grazie alla testimonianza di un collaboratore di giustizia, non fu emesso alcun provvedimento per l’omicidio Chirillo, mentre a Soragna, insieme a Nicola La Rosa, lo troviamo intento a custodire gelosamente un vero e proprio arsenale di armi pronte all’uso. Su Capano il guardiano, inoltre, pendeva già un’ordinanza di custodia cautelare della Procura di Parma per un reato precedentemente compiuto a San Secondo Parmense: aveva ben pensato di aggredire un giovane quindicenne ivoriano, colpevole di essere inadempiente per un debito di denaro.

Ed eccoci a Colorno, dove ricordiamo il nightclub Bataclan, frequentato, oltre che dagli altri uomini di fiducia dei Grande Aracri (come il collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese), da Carlo Cosco, marito uxoricida di Lea Garofalo, uccisa perché stava collaborando con i magistrati. Cosco ritiene fondamentale interpellare i Grande Aracri e i Nicoscia per avere la loro benedizione e procedere così con il vile atto. Così come risulta essere vile e ignobile, al di là della matrice, la busta contenente i proiettili indirizzata al Sindaco di Colorno Michela Canova e alla polizia municipale. A lei e alla cittadinanza rinnoviamo la nostra vicinanza e auspichiamo l’impegno comune affinché, alle dichiarazioni possano pro-seguire progetti e azioni incisive di prevenzione, informazione e contrasto nei confronti di questo malessere velenoso e corrosivo del tessuto democratico.

Il gup Guido Salvini, tra i coordinatori dell’operazione parmigiana del 15 febbraio, ha dichiarato: “questa ndrangheta non colonizzerà mai, per evitare di commettere l’errore della ndrangheta reggina. Continueranno invece in quest’attività di delocalizzazione, che comporta un sistema di collusioni e relazioni con più intensi ed essenziali rapporti con il mondo dell’economia e delle professioni”. Un’ennesima presa di coscienza nei confronti della ndrangheta parmense, emiliana, per non essere di gomma.

*tratto da Il Nuovo di Parma

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