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L’ultima notte di Edipo

 

Poema  in forma di dramma , inserito quale capitolo a se stante  (autosufficiente) nel volume  “Il mondo salvato dai ragazzini”  (pubblicato da Einaudi nel 1968), l’opera di Elsa Morante, immensa e scontrosa ‘signora’ della letteratura del novecento,  è messo in scena per la prima volta da Mario Martone con Carlo Cecchi nel (difficile, ben risolto) ruolo di protagonista.  Essendo evidente, sin dalla genericità del titolo, il suo ispirarsi (e andare oltre)  l’ “Edipo a Colono” di Sofocle, con debite citazioni da “Edipo re” e “Antigone”, con cui in passato avevano provato-invano- a cimentarsi   Carmelo Bene e Vittorio Gassman e persino Eduardo De Filippo.

Sperduto  nel buio del delirio onirico e della materiale povertà (che è sempre pronuba di ‘ignoranza e demenza’) il paesaggio umano di  “La serata a Colono” di Elsa Morante ha per epicedio  l’agitata  figura di un ‘anziano meridionale ‘ (così lo configura l’autrice) ricoverato in stato di confusione paranoide ‘perché crede di essere Edipo’. Trauma, suggestione, masochistiche escandescenze di un individuo che ha perso ‘il ben dell’intelletto’ a seguito di una perdita ancora più grave? Tutto ci è ignoto, molto si può  supporre, specie in ragione del suo   delirio poetico che, come tutti i deliri degli umili e degli ultimi, attinge sempre ad una specie di lirismo primitivo o suggestione di martirio e onnipotenza che nobilita il vano ‘egotismo’ di una  condizione umana non reversibile  né risarcibile.

Sugli occhi del nuovo Edipo (o dell’Edipo sofocleo ‘rigenerato’ in sembianze ‘cafone’, disperate, degne  del Levi di “Cristo c’è fermato a Eboli”) garze insanguinate testimoniano  un reiterato tentativo di  auto- accecamento.
Ormai vecchio  e alcolizzato, probabilmente affetto da una sindrome di ‘paternità monogamica e putativa’ che rende sterile,  ossessivo il rapporto con la figlia Antigone (creatura  ingenua, remissiva, mentalmente fragile,  “povera guaglioncella malcresciuta per colpa della sua nascita”, che parla incespicando una ‘lingua inventata’e gutturale,  nella trepida  interpretazione di  Antonia Truppo), Edipo non ha altro scopo  che dissolvere se stesso in catarsi espiativa ,  ‘prima notte di quiete’ al suo oscuro tormento.

Claustrale, persecutoria, allucinata verso dimensioni ineffabili  (come ineffabile, non ‘curabile’  è la soggettiva differenza di ogni bubbone dell’anima),  “La serata a Colono” è   un’esperienza di teatro purissima ed intensa, attanagliante e per certi versi ‘sconvolgente’,  specie per chi ha scarsa dimestichezza con il disagio mentale  e la visionarietà dell’inconscio affluente in parola ‘esclamativa’ ma non declamante, farfugliata,ma densa di arcaica saggezza- profanata  dagli  sventramenti  culturali di una piccola borghesia   appiattita su planimetrie (e parodie) di linguaggi proto-consumistici, omologati verso il basso (massmediatico).

Innegabilmente, vi è molta idealità e idealismo (pasoliniano) in questa apologia del mondo ‘antico  e contadino’ che Elsa Morante affida al suo ‘sogno’ di una integrità ellenica e rurale- la quale, e  probabilmente, non ha mai avuto alcuna corrispondenza con la realtà. Resta tuttavia possente,non classificabile il vigore di una liturgia poetica che la stessa autrice suggeriva di leggere o ascoltare come in stato di ipnosi (o alternazione lisergica). Tutt’ora ignari se lo ‘sprofondamento’ dell’epilogo (la sparizione di tutto e di tutti, risucchiati da un abbagliante cerchio ‘bianco e solare’  che è simbologia scenica di forte suggestione) sia da annoverarsi  definitiva spedizione all’inferno  (di miti, eroi, eroico furore) o promessa di palingenesi tutta da ripensare.
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“La serata a Colono”   di Elsa Morante  con Carlo Cecchi, regia Mario Martone, musiche Nicola Piovani
Fondazione del Teatro Stabile di Torino/Teatro di Roma/Teatro Stabile delle Marche  con Carlo Cecchi (Edipo), Antonia Truppo (Antigone), Angelica Ippolito (Suora).
Coro: Giovanni Calcagno, Salvatore Caruso, Dario Iubatti, Giovanni Ludeno, Rino Marino, Paolo Musio, Franco Ravera; guardiani: Victor Capello, Vincenzo Ferrera, Totò Onnis; dottore: Rino Marino. Francesco De Giorgi (tastierista), Andrea Toselli (percussionista).
musiche Nicola Piovani, fondale Sergio Tramonti, costumi Ursula Patzak, luci Pasquale Mari, suono Hubert Westkemper, aiuto regia Paola Rota. Di scena al Piccolo Teatro di Milano

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