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La mia candidatura con Rivoluzione civile

 

Vorrei spiegare agli amici di Articolo 21 perché ho scelto di candidarmi con Rivoluzione Civile alla Regione Lazio, per proseguire in una sede istituzionale e nel mio futuro impegno politico le battaglie che abbiamo condotto insieme per la libertà d’informazione, contro i conflitti d’interesse e ogni forma di censura, per liberare la Rai dall’occupazione dei partiti, per affermare i valori della Costituzione. Molte di queste battaglie hanno visto Roma come teatro, a cominciare dalla grande manifestazione per la libertà d’informazione, e a Roma c’è la testa della Rai, ecco perché penso che sia importante, attraverso la mia persona, una presenza delle tematiche di Articolo 21 anche nella nostra regione, per contribuire a fare di Roma la capitale della lotta per la libera informazione.

So ovviamente che in questo momento le scelte di altri amici di Articolo 21 sono diverse dalla mia, ed io le rispetto e sono certo che dopo le elezioni torneremo a combattere insieme.

Sono nato alla politica in una sinistra radicale , movimentista, libertaria. Le accuse di tradimento, l’anatema, la scomunica, non appartengono né al mio linguaggio né alla mia cultura.

Ho a cuore che resti aperto uno spazio di dialogo a sinistra, quale che sia il risultato elettorale, ma il dialogo ha bisogno che si parli il linguaggio della verità. L’assunzione di responsabilità nel prendere parola esige il rispetto per l’altro, ma la parola deve essere liberata dal velo dell’ipocrisia.

Che cosa ci ha divisi da Sel? Il nodo è emerso con chiarezza cristallina dopo le dichiarazioni di Bersani a Berlino e riguarda la prospettiva di un’alleanza di governo con Monti.

Mi si obietta: Vendola ha detto che lui con Monti non si allea. Ma Bersani ha sempre detto che, anche se prenderà il 51% governerà come se avesse il 49%, cioè cercherà un accordo con la coalizione di Monti e il Pd rappresenta il 97% della coalizione alla quale Vendola si è legato mani e piedi attraverso il patto per cui si decide a maggioranza dei gruppi parlamentari. Il che vuol dire che se Sel proporrà l’abolizione della riforma dell’articolo 18 della Fornero e i gruppi parlamentari la bocceranno non potrà proporla; lo stesso sui matrimoni gay, sulla proposta di riforma della Rai del Move-on, sul conflitto d’interessi e su ogni altra cosa che esca dalla mediazione con Monti.

E allora domando: una volta che il programma di governo sarà concordato con Monti, Sel lo accetterà in nome della carta d’intenti, o riprenderà la propria autonomia parlamentare? Nella risposta a queste domande c’è tutta l’utilità del voto a Rivoluzione Civile. Nel primo caso, una forte presenza di Rivoluzione Civile in parlamento servirà a contrastare il liberismo moderato di cui sarebbe espressione una coalizione Bersani-Monti-Vendola, nel secondo caso a unire tutte le forze di sinistra alternativa e tenere aperta una prospettiva di cambiamento.

Rivoluzione Civile è stata bombardata da una campagna leggermente stalinista, che ricorda il famoso anatema del Pci allorquando nacque il manifesto, lo ricordate : “Chi li paga?”. Che voleva dire: attenti, questi sono una falsa sinistra al servizio della reazione. Tutto mi sarei aspettato meno che ritrovarmi ancora addosso questo anatema, soprattutto da chi, come Sel, l’ha subito in passato. Ma come, proprio da voi, compagne e compagni di Sel, mi devo sentire questa balla del voto utile? Negli anni in cui il Pci stava sempre all’opposizione, era forse inutile quel voto? La democrazia non vive solo di maggioranze e di governi, vive anche di dialettica e di opposizione. Nessuno di Rivoluzione Civile pensa che non si debba andare al governo, alcuni dei nostri leader sono stati ministri del centrosinistra, ma la domanda è: al governo con chi e per fare che cosa? I governi di centrosinistra non hanno fallito per il tradimento di qualcuno, ma perché nessuno a un certo punto sapeva più quale fosse la loro missione, la loro idea di paese, perché non realizzavano gli impegni per i quali gli elettori li avevano votati, a cominciare da una seria legge sul conflitto d’interessi e da una riforma della Rai che, come contenuto nella proposta che ho sottoscritto del Move-on, la riconsegni ai cittadini. Questa malattia del governo a ogni costo, mina la proposta politica di Italia Bene Comune: belle intenzioni, ma mi domando quale di quelle potrà mai essere realizzata in alleanza con Monti. Talvolta, quando la situazione è grave, la radicalità della proposta è l’unico realismo possibile perché la mediazione diventa la morte della politica.

Infine, l’arma atomica usata contro di noi: fate vincere Berlusconi. Intanto, io credo che la vittoria di B. sia una bufala, e la sua rimonta resterà nell’ambito fisiologico della rappresentanza di quella parte del paese che lo voterà sempre e comunque. Semmai, l’errore politico di sottovalutazione l’hanno fatto il Pd e Monti, dandolo per morto e riducendo la campagna elettorale a una competizione tra loro due per chi dovesse guidare la coalizione. E poi, se davvero il pericolo è Berlusconi, perché non hanno proposto a Rivoluzione Civile, che certo non deve chiedere a nessuno patenti di antiberlusconismo,  un’alleanza esplicita che avrebbe certamente messo il risultato in cassaforte? La ragione è molto semplice: perché noi non avremmo mai accettato quell’alleanza con Monti, già offerta all’Europa e agli Usa, come patente di credibilità, anche da autorevolissimi pulpiti istituzionali.

Per queste ragioni ho accettato di impegnarmi con Rivoluzione Civile alle elezioni regionali del Lazio, dove la peggior destra d’Italia ci ha portati dal Modello Roma al Bordello Roma e la sinistra ha smarrito la sua identità e il suo rapporto con il popolo, persa nella gestione del potere  e nei compromessi.  Il mio impegno sarà su poche e chiare priorità: moralizzare Roma e la regione, tagliare sprechi e privilegi, ripartire dalle periferie e dalla difesa del welfare, costruire una nuova stagione dei diritti.  Ho elaborato quattro punti di programma.

 

1) La legalità e la moralità sono il punto di partenza della rinascita della nostra regione e della nostra città, annichilite da una destra che ci ha condotto dal Modello Roma al Bordello Roma. Ma  l’opposizione non è stata alternativa ne’ sul piano dei contenuti ne’ su quello morale e dunque occorre una svolta radicale anche su questo piano.   Non saprei dirlo meglio che con le parole di Enrico Berlinguer nell’intervista a Eugenio Scalfari sulla Questione Morale il 28 luglio del 1981: “Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata”.

 

2) I cittadini di Roma e del Lazio non vivono nei salotti. La vita reale di uomini e donne si svolge nelle periferie abbandonate da una politica che pensa  solo ai propri interessi. La rinascita delle periferie sarà la mia priorità in Consiglio Regionale. Si possono muovere ingenti risorse in Europa, attraverso piani coordinati con i ministeri della pubblica istruzione e della coesione sociale. Cultura, recupero della dispersione e dell’evasione scolastica, della marginalità, lotta contro il degrado urbano e l’illegalita’ saranno i punti principali di una rinascita delle periferie, che deve ispirarsi alla grande lezione di Luigi Petroselli e Renato Nicolini.

 

3) Prima il berlusconismo e poi il montismo hanno affermato che non possiamo permetterci lo stato sociale.  Purtroppo, la politica del governo Monti di tagli indiscriminati alla scuola, alla sanità, ai trasporti  ha avuto il voto del Pd.

Noi vogliamo invece  estendere lo Stato Sociale e dare nuovi diritti alle famiglie di fatto, ai nuovi cittadini immigrati, ai giovani precari. Questa e’ una battaglia fondamentale anche nella nostra Regione:  la sanità, la scuola, i trasporti, la ricerca e la cultura non sopportano più i tagli che i governi di Berlusconi e Monti hanno loro inferto. Servono nuovi investimenti e efficienza, smantellando i privilegi e le caste che si annidano nel pubblico. La mia proposta rivoluzionaria è: fuori i politici da tutte le aziende pubbliche, tetto di 150.000 euro lordi annui per i manager pubblici, in questo modo magari non sarebbero incoraggiati i grandi squali ma certamente lo sarebbero manager giovani e preparati.

4)  I dieci italiani più ricchi possiedono quanto i tre milioni più poveri, i primi venti manager guadagnano quanto quattromila operai, mentre gli stipendi medi sono vicini alla soglia di povertà,  Il 10% degli italiani possiede 4.500 miliardi di euro, ovvero la metà della ricchezza nazionale. Nella nostra regione aumentano la disoccupazione, la povertà, la marginalità, il disagio sociale. Servono politiche di sostegno all’occupazione e al reddito con il salario di cittadinanza.

Twitter: @CarmineFotia
Piazzapulitainregione@gmail.com

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