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La “logica dello sfascio” e un Paese da ricostruire

 

di Roberto Bertoni
Se l’atteggiamento assunto da Monti nei confronti del Partito Democratico può sorprendere e, in parte, anche addolorare, vista la correttezza e la volontà propositiva con cui i democratici hanno sostenuto fino all’ultimo giorno il suo esecutivo, sbaglia chi si sorprende per l’atteggiamento controproducente e sfascista assunto, ancora una volta, da Berlusconi. Dopo diciannove anni, infatti, non è consentito più a nessuno di sorprendersi di fronte a comportamenti che ricalcano punto per punto quelli adottati in tutte le precedenti campagne elettorali: dal populismo sparso a piene mani alla demagogia senza confini, dalla promessa (mai davvero mantenuta) di ridurre la pressione fiscale a quella sempreverde di realizzare “la rivoluzione liberale di cui il Paese ha bisogno”. Senza dimenticare la novità di quest’anno, che poi tanto nuova non è, essendo già stata ampiamente declamata nell’ultima settimana della campagna elettorale del 2006: all’epoca, nel decisivo confronto televisivo prima delle elezioni, Berlusconi promise che, in caso di vittoria, avrebbe abolito l’ICI sulla prima casa; fortunatamente perse ma sappiamo tutti come andò a finire quel governo, così Berlusconi tornò in sella nel 2008 e prontamente mantenne la promessa.

Purtroppo, sappiamo anche (e lo sa pure lui benché lo neghi col massimo vigore) quali drammatiche conseguenze abbia comportato il pagamento di quel tributo elettorale: la reintroduzione, nel tardo autunno del 2011, di una tassa assai più gravosa sia sulla prima sia, per chi la possiede, sulla seconda casa; quell’IMU che oggi il Cavaliere dice di voler abolire, avendo l’assoluta certezza di non dover nuovamente mantenere la promessa fatta agli italiani. Berlusconi, difatti, è ben cosciente che non varcherà mai più la soglia di Palazzo Chigi in qualità di presidente del Consiglio e sa anche che, con ogni probabilità, dopo le elezioni il suo partito finirà di sfaldarsi, confluendo in parte nel Centro montiano, in parte in Fratelli d’Italia (il partito fondato di recente da La Russa, Crosetto e Giorgia Meloni) e in parte in qualche formazione assolutamente marginale all’interno della vasta galassia del centrodestra. Allo stesso modo, sa anche che, per quanto si sforzi di rinverdirla e rinnovarla, la sua immagine è oramai talmente logora e deteriorata, al pari della sua credibilità internazionale, che nessun partner europeo sarebbe disposto a riceverlo o a collaborare con lui, a cominciare dai partiti riuniti nel PPE che, non a caso, hanno pubblicamente espresso il loro plauso a Monti, con l’auspicio di un proseguimento della sua esperienza alla guida dell’Italia.

Cosa anima allora il Cavaliere? Perché combatte con tanto vigore, pur sapendo di essere sconfitto in partenza? Le ragioni di questa scelta, a nostro giudizio, sono tre, una più drammatica dell’altra. Innanzitutto, crediamo che Berlusconi abbia serie difficoltà ad accettare il proprio declino, sia personale (data l’età) che politico (alla luce degli insuccessi patiti in una stagione di governo troppo lunga ed estenuante). In secondo luogo, abbiamo buoni motivi per sostenere che sia vittima dello stesso smisurato orgoglio che gli impedisce di farsi da parte e lasciare spazio ad energie più giovani e fresche, pur sapendo che, così facendo, finirà col distruggere quel pochissimo che ha costruito in ambito politico. Infine, abbiamo il fondato timore che in lui stia prevalendo una sorta di “logica dello sfascio”: un desiderio di rivalsa e vendetta che si palesa in proposte fuori dal mondo come quella di istituire, in caso di vittoria, una commissione d’inchiesta per accertare le cause che lo hanno costretto alle dimissioni nel novembre del 2011.

Ma perché, non gli sono sufficientemente chiare? Nel qual caso, gli consigliamo di evitare alle casse dello Stato un ennesimo, inutile dissanguamento e di andare a dare un’occhiata ai giornali di quei giorni, tra lo spread ormai prossimo ai seicento punti e la Borsa costantemente a picco, la paura generale per la tenuta dell’Euro e dei conti pubblici italiani e il ghigno beffardo del duo Merkel-Sarkozy nel corso di un vertice tra i capi di Stato e di governo dell’Unione Europea. Altrimenti, può sempre andarsi a fare due chiacchiere con le famiglie messe in ginocchio dalla crisi, a cominciare da coloro che gli diedero fiducia nel 2008 e stanno ancora aspettando le “grandi riforme” e le innumerevoli svolte epocali che annunciò mentre strappava pubblicamente il programma elettorale degli avversari. Tuttavia, siamo certi che non si sia neanche posto il problema, ben sapendo che non sarà mai più Premier e che Monti gli ha di fatto soffiato sia la leadership dei cosiddetti “moderati” sia il ruolo di protagonista mediatico che nessuno, prima d’ora, era mai riuscito ad intaccare.
Proviamo, pertanto, un senso di umana comprensione, oserei dire di compassione, per la tragedia di un attore che vorrebbe continuare ad occupare il centro della scena ma non ha più né una compagnia né un copione ed è costretto a recitare a braccio battute oramai sentite e risentite, mentre i riflettori si spostano sempre più da un’altra parte e davanti alla sua mesta esibizione cala inesorabilmente il sipario.
Al di là dei disastrosi risultati prodotti dalla sua avventura istituzionale, riflettendo sul personaggio di Berlusconi al termine di una stagione durata un ventennio, mi viene in mente l’immagine di un uomo disperatamente solo, costretto a fare i conti con i propri limiti e la propria decadenza, prigioniero di un rancore devastante verso il mondo ed auto-condannatosi ad assistere al collasso di un impero che, politicamente parlando, è sempre stato di carta.
Dall’altra parte, invece, c’è un Paese impoverito, imbarbarito, sfibrato ed anch’esso in preda ad un indicibile senso di solitudine ma, per fortuna, c’è anche una coalizione forte, ben guidata e pronta a mettersi continuamente in gioco, scardinando di fatto il vergognoso Porcellum (un altro lascito della stagione berlusconiana) e restituendo ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti.
Mentiremmo se dicessimo che l’opera è già compiuta e che sono bastate delle belle Primarie, partecipate e discusse per mesi, a ricostruire il tessuto sociale dell’Italia. L’opera di ricostruzione, al contrario, è appena all’inizio e dovrà essere completata nel corso della prossima legislatura: una legislatura che chiamerà, per forza di cose, i progressisti del PD e di SEL a confrontarsi con il Centro montiano per un patto costituente di rigenerazione democratica.
Come abbiamo sempre detto, il 2013 sarà un anno tutt’altro che semplice ma a Bersani e Vendola va riconosciuto un merito che vale da solo l’ingresso a Palazzo Chigi: quello di aver saputo indicare una credibile via d’uscita, in chiave riformista, dal baratro della crisi, accompagnato dal coraggio di mettersi in gioco in prima persona, rischiando tutto in nome di un ideale più nobile di rinascita civica, che Berlusconi non avrà mai.
Roberto Bertoni

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