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Se Allah non capisce la Primavera

 

di Hisham Abdallah
Il grande poeta egiziano Abderahman Abanoodi è stato molto franco quando gli hanno chiesto di commentare quanto accade nel suo paese: “Il mio popolo urla di dolore, ma il presidente si finge sordo.” Io mi sento come gli egiziani; “siamo stati traditi ancora una volta”. Sì, l’ennesimo tradimento totalitario, la sola differenza è che questa volta ci tradiscono nel nome di Allah.

Abanoodi, come tantissimi di noi, arabi e musulmani, ha vissuto la speranza del cambiamento sin da quando le prime luci della Primavera hanno cominciato a farsi vedere, nei tragici falò tunisini.

Le Primavere non sono ancora finite: in Siria e Yemen decine di migliaia di noi sono stati uccisi barbaramente, trasformando quelle Primavere in moti rabbiosi, ovviamente.

La nostra Primavera ha prodotto anche l’elezione di Muhammad Mursi a presidente dell’Egitto. Democraticamente eletto. E ora il popolo si rivota democraticmente contro il partito e il leader che pochi mesi fa ha scelto.

Anche dal Paese dove tutto è cominciato, la Tunisia, non arrivano segnali incoragianti. Gli islamisti, moderati o radicali, sono molto presi a imporre la loro volontà alla popolazione. Tanto che sono arrivati a minacciare di destituire il Presidente, reo di aver proposto di formare un governo basato sull’esperienza dei ministri, non sulla fermezza dei loro convincimenti ideologici.

La Libia non si distingue. Hanno vinto I moderati, ma pochi sanno con precisione chi comandi, chi abbia il controllo del territorio. E gli scontri non scarseggiano.

Insomma, gli orrori qaedisti, le zoppìe legislative tunisine e le farneticazioni presidenziali egiziane, tutto questo è stato imposto e promosso nel nome di Allah.

Gli islamisti egiziani erano così ansiosi di mettersi alla prova del diritto costituzionale che hanno cacciato fuori dalla commissione incaricata di redigere la Magna Charta egiziana tutti gli altri: e ne è venuto fuori un lavoretto così accorto e soppesato che Mursi per imporlo ha dovuto varare un decreto che gli attribuisce più poteri di quelli che aveva Mubarak. Almeno fino al referendum costituzionale.

La ricetta che tiene insieme questi islamisti molto diversi tra di loro è una: “obbedire e non fare domande.” Si credono in grado di sospendere la distinzione tra giusto e sbagliato perché hanno il monopolio della comprensione religiosa del senso della vita. Non a caso, in cuor loro, credono di governare nel nome di Allah.

Questa formula può farti fortunato con gli arabi nati dopo il 1916, quando il patto coloniale anglo-francese ci divise in due, gli sotto tiranni scelti dagli inglesi, gli altri sotto tiranni scelti dai francesi. Così i nuovi Capi di Stato pensano di poter seguitare a opprimere il popolo, non più in nome dell’Occidente, ma nel nome di Allah. Ma con i giovani, formatisi nel mondo della globalizzazione, sembra non funzionare.

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