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La Rai che vorrei nel 2013: più pluralismo, più concorrenza, niente occupazioni berlusconiane né editti vecchi e nuovi

 

La prima cosa che non vorrei più vedere nel 2013 è l’occupazione della tv da parte di Berlusconi. E’ un problema di democrazia. Il presidente Zavoli ha convocato la Commissione di vigilanza per approvare al più presto le regole della par condicio, denunciando che la cavalcata tv del Cavaliere ha disatteso le norme del pluralismo. Il direttore generale della Rai Gubitosi, dopo aver bloccato la partecipazione di Berlusconi in alcune trasmissioni tra cui Porta a porta (la terza nel giro di pochi giorni), ha scritto a Zavoli comunicandogli di aver richiamato reti e testate al rispetto del pluralismo e dell’equità. C’è un passaggio nella lettera di Gubitosi che rappresenterebbe una denuncia se non fosse scritto dal direttore generale della Rai (colui che avrebbe gli strumenti per impedire l’invasione del leader del Pdl), quando dichiara che Berlusconi ha “approcciato direttamente chiedendo spazi per intervenire, ottenendoli”. Questa è la vera anomalia. Il Cavaliere ottiene ciò che vuole perché la Rai, nonostante un anno di governo Monti, ha mantenuto in ruoli strategici i suoi uomini. La Struttura Delta, quella capitanata da Deborah Bergamini (l’unica che si è dimessa dopo lo scandalo a seguito delle intercettazioni telefoniche, poi premiata dal capo con un seggio in Parlamento), che ha portato la Rai ad essere una succursale di Mediaset, è ancora attiva. Se la Rai, dopo anni, vuole consentire una campagna elettorale equa e pluralista deve neutralizzare la Struttura. Non servono solo le regole. La dimostrazione è stata la risposta negativa all’invito di Gubitosi ai direttori di reti e testate (a seguito di una precisa richiesta del consiglio di amministrazione), di sospendere nei programmi, durante le feste, la presenza di politici. Berlusconi continuerà ad invadere gli spazi prendendo come scusa il fatto che da oltre un anno non è presente nei salotti tv. Se ciò è avvenuto è stato per una sua precisa scelta. Perché nessuno degli intervistatori gli chiede: “Quanti inviti ha respinto al mittente?” La promessa che vi sarà una compensazione per gli altri candidati non è mantenibile perché entro il 9 gennaio partirà la par condicio.

L’altro augurio per il 2013 è quello che non vi siano più editti bulgari, che non vi siano più cacciate come è accaduto con Santoro, Dandini, Ruffini, Saviano e i loro gruppi di lavoro e che i seri professionisti, discriminati in questi anni per far posto ad incompetenti amici degli amici, siano recuperati ai loro lavoro.

Che si crei un vero confronto interno sul futuro editoriale della Rai, sui nuovi canali digitali e si riformi la presenza della Rai nella rete. Che si torni a fare vera concorrenza. Che finisca il controllo di Berlusconi sulle frequenze, sul mercato pubblicitario e sulla produzione di contenuti. Che la Rai smetta di essere dipendente da Mediaset il cui apice è stato raggiunto durante la gestione Masi quando assecondò la guerra delle tv di Berlusconi a Sky, con il rifiuto del contratto per la distribuzione di Raisat sul satellite pay. Risultato: prima Sky pagava per avere la Rai ora ce l’ha gratis perché il contratto di servizio impone all’azienda di essere presente su tutte le piattaforme di trasmissione, quindi anche sul satellite Sky. L’attuale buco di bilancio è in buona parte figlio di quella scelta sciagurata.

Infine che si valorizzi realmente lo straordinario patrimonio esistente nelle teche Rai (il lavoro di catalogazione e digitalizzazione fatto dalla struttura di Barbara Scaramucci), un patrimonio pubblico, un bene comune, che può essere fruito attraverso la rete e che aiuterebbe a recuperare il ruolo del servizio pubblico tra i cittadini. La graduale messa a disposizione dei contenuti sarebbe un evento di portata epocale che potrebbe consentire alla Rai di avviare un rapporto con le nuove generazioni nate con il digitale, costituirebbe una base dati per la didattica digitale in molte materie, potrebbe comunicare il valore dei programmi informativi, d’inchiesta e di approfondimento prodotti nei decenni dalla Rai, inoltre una massiccia presenza di contenuti digitali di qualità in lingua italiana potrebbe essere il contributo da parte della prima azienda culturale del paese alla diffusione della cultura italiana nel web, quindi nel mondo.

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