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Vescovi Usa, tutto contro Obama

 

di Massimo Faggioli
Le lettere pastorali che alcuni vescovi hanno fatto leggere ai parroci dal pulpito durante la domenica pre-elettorale sono talmente filo-repubblicani che mancava solo in omaggio l’adesivo “Vote Romney-Ryan” da attaccare all’automobile. Non c’è da stupirsi se qualcuno si è chiesto se chiese così politicamente schierate possano continuare a godere delle esenzioni fiscali di cui godono in America le associazioni non-partisan e benefiche. Alcuni di questi prelati anti-Obama sono vescovi di seconda fila, ma altri sono vescovi in ascesa e tutt’altro che sconosciuti, come l’arcivescovo di Philadelphia, Chaput e quello di Minneapolis-St. Paul, Nienstedt (che ha schierato tutte le diocesi del Minnesota in prima fila nel referendum costituzionale contro il same sex marriage).

Questi pronunciamenti pre-elettorali dei vescovi cattolici sono il frutto di diversi fenomeni tipici dei rapporti tra chiesa e politica negli Stati Uniti, e in primo luogo del fatto che il sistema politico bipartitico americano ha prodotto una chiesa culturalmente e politicamente spaccata in due: oggi molto più che fino agli anni Settanta, quando il “cattolicesimo etnico” degli ex immigrati si identificava ancora coi democratici e il dibattito politico-teologico non era stato ancora travolto dalla questione dell’aborto. Il voto cattolico oggi è lo swing vote di gran lunga più importante tra quello dei gruppi religiosi americani.

Ma ci sono anche fatti più recenti che spiegano lo schieramento pro-Romney di gran parte della gerarchia cattolica. I vescovi cattolici non avevano gradito l’elezione di un democratico cautamente pro-choice come Obama; la sua presa di posizione a favore del same sex marriage ha peggiorato ulteriormente la sua considerazione da parte dei vescovi. Dal 2010 la storia dei rapporti tra amministrazione Obama e la Conferenza episcopale americana è stata definita dalla legge di riforma sanitaria, che impone a tutti i datori di lavoro (compresi gli enti cattolici come ospedali, scuole e università) di offrire ai propri impiegati un’assicurazione sanitaria che comprenda pratiche mediche (come la contraccezione e l’aborto) che sono in contrasto con l’insegnamento morale della chiesa. In seguito ad una reazione unanime di tutti i cattolici americani, liberal e non, la Casa Bianca modificò la prima bozza della legge per venire incontro ad alcune obiezioni dei vescovi: ma i vescovi non accettarono di dichiarare vittoria di fronte alle modifiche apportate alle legge. L’insuccesso del tentativo della Conferenza episcopale di cancellare totalmente quella parte della legge sulle assicurazioni sanitarie per i cattolici e non cattolici che lavorano per enti cattolici fu presentata dai vescovi come l’inizio di una “persecuzione” contro la chiesa in America. I vescovi lanciarono tra la fine del 2011 e l’estate del 2012 la crociata per la “difesa della libertà religiosa” della chiesa cattolica negli Stati Uniti, culminata con due settimane di marce e proteste conclusesi il 4 luglio, in piena campagna elettorale.

Artefice di questo scontro, la Conferenza episcopale (guidata dal nuovo presidente, il cardinale Dolan di New York) ha semplicemente rinunciato all’idea di offrire ai fedeli una pacata riflessione pre-elettorale simile a quella pubblicata nel novembre 2007. La Conferenza episcopale non ha parlato di politica presidenziale se non per accusare Obama e i democratici di condurre una campagna anticattolica. L’inizio del secolo XXI è chiaramente il “Catholic moment” nella storia della politica americana, ma ai vescovi sono sfuggiti alcuni elementi critici che avrebbero richiesto una riflessione profonda: per la prima volta nella storia ci sono due cattolici candidati alla vicepresidenza e non c’è nessun protestante bianco tra i candidati nei due ticket; il “racial divide” tra Obama e Romney attraversa anche gli elettori cattolici, con i bianchi in grande maggioranza schierati per Romney e i non bianchi per Obama; la dottrina sociale cattolica è al centro dello scontro tra le idee di società di Obama-Biden e Romney-Ryan. Ma i vescovi continuano a trattare il voto dei cattolici come “single issue voters” – con l’aborto come la sola e unica questione decisiva. Questioni come l’immigrazione, la povertà, l’ambiente non sono mai entrate nelle riflessioni elettorali della gerarchia cattolica in America. Ai vescovi è bastata la promessa di liberarsi di Obama, da parte di un mormone come Romney che sulle questioni pro-life ha detto quasi tutto e il suo contrario – un candidato “multi-choice”, come lo chiamò Ted Kennedy.

*Tratto da Europa

Il mondo di Annibale

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