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14 novembre. Proviamo a guardare oltre

 

Proviamo per un attimo a tornare a mercoledì, 14 novembre… e proviamo a farlo mettendo da parte. Cominciamo col mettere da parte gli scontri di piazza, il pugno duro usato dalle forze dell’ordine, la caccia “all’uomo” ( in questo caso a ragazzi) attuata nei vicoli di una città come Roma…le manganellate date alle spalle, i cassonetti rovesciati e quelli divelti, le sassaiole, i lacrimogeni sparati dal palazzo della Giustizia verso manifestanti in fuga, o quelli lanciati ad altezza uomo, le ragazzine terrorizzate, i fermi e gli arresti, le condanne che arrivano anche da organismi internazionali come Amnesty international in merito all’ “eccessivo uso della forza” come strumento di repressione… proviamo a fare piazza pulita di tutto quello che alimenta in questi giorni il dibattito politico e mediatico ( e che facilmente circola in rete tra foto e video) post 14 novembre e torniamo al dato fondamentale…

Mercoledì 14 novembre, giornata di mobilitazione internazionale, un’intera generazione, di età compresa tra i 14 circa e i 24/5 ( pochi i trentenni ancora meno i quarantenni, i lavoratori stavano altrove) è scesa in piazza in maniera compatta per rivendicare ancora una volta il proprio diritto ad un presente e ancor più ad un futuro dignitoso, per esercitare un diritto costituzionale e chiedere che, i diritti costituzionali tutti, trovino reale applicazione. Cortei e manifestazioni nelle principali città italiane (ed europee) hanno visto sfilare insieme studenti medi e universitari accanto a docenti e precari della scuola, in alcuni casi, figli accanto a genitori.

Di numeri quelli veri, della gente presente in piazza, già il giorno dopo però non vi è traccia, l’unica conta possibile è quella dei feriti e dei fermati, degli arresti ( 8 a Roma), così come non c’è traccia dei motivi che hanno portato questi ragazzi per le strade, motivi che da mesi e anche da anni portano in piazza migliaia di persone in Spagna, in Grecia, in Portogallo… e anche nella nostra Italia, a partire dalle contestazioni contro il ddl Gelmini.

Di fronte alle politiche di austerity imposte ormai ovunque a discapito della tutela dello stato sociale il dato è che c’è una generazione che ha deciso di dire “no” e che pretende che la scuola e l’istruzione continuino ad essere di qualità e accessibili a tutti, indipendentemente dalle possibilità economiche del singolo, una generazione che vuole avere voce in capitolo, che ha capito perfettamente cosa si intenda quando si parla di “beni comuni”, che sa che i diritti non sono dati una volte per tutte, ma vanno difesi una volta conquistati.

Una generazione, che, forse, forte dell’incoscienza data dai pochi anni, si è fatta carico dell’incertezza e della frustrazione di padri e fratelli maggiori e che già da tempo, dall’inizio di questa crisi dice chiaramente che “…non l’abbiamo provocata noi e non la vogliamo pagare”.
Da Madrid ad Atene a Lisbona a Roma e alle tante città coinvolte un coro unanime, che però continua a rimanere senza interlocutori istituzionali e politici, non solo in grado di dare risposte, ma a volte semplicemente di ascoltare.

E se l’unica risposta possibile deve essere quella fornita dalla cancelliera Merkel ( “Il diritto allo sciopero è un grande diritto delle democrazie e questo è scontato. Ma ciò che è necessario va fatto lo stesso”), allora forse qualcosa che non va c’è davvero e sta nel concetto di democrazia, per come oggi è inteso.

Ecco dunque che chi stava in piazza mercoledì, ha deciso che la mobilitazione continua
checchè ne dica la Merkel.
Assemblee e incontri si stanno susseguendo all’interno delle principali università italiane, affollata la conferenza stampa-assemblea tenutasi ieri alla Sapienza per fare il punto sugli arresti e lanciare nuove mobilitazioni, una già la prossima settimana con data però da definirsi, mentre domani, sabato 17 novembre, altre manifestazioni si terranno in diverse città italiane in occasione della giornata internazionale dello studente.

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