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Combattiamo il razzismo, non i campi Rom!

 

di Roberto Malini
Le associazioni e i movimenti politici
apparentemente “progressisti” da tanti anni fanno – volutamente – il gioco
dei nemici dei Rom. “Superamento dei campi monoetnici”, “No all’apartheid
dei Rom”, “No  ai campi-ghetto” sembrano proclami di giustizia, contro il
razzismo, la discriminazione, la persecuzione. Non è così. Questo
linguaggio, sempre seguito da azioni mirate proprio a frazionare e
disperdere i gruppi “monoetnici” – identificazioni, schedature, sgomberi,
allontanamenti, sottrazione di bambini da parte dell’autorità, violazioni
dei diritti umani, repressione poliziesca e giudiziaria, calunnia
mediatica – fa parte di una strategia che mira ad annientare in primo
luogo l’identità della tradizione Rom più antica (che riguarda numerose
tribù, ognuna con caratteristiche socio-culturali differenti:  i Vatrashi,
i Kherutno, i Kaldarari, gli Zlatara, i Kolari, i Gabori, i Kazandzhi, i
Pletoshi, i Korbeni, i Modorani, i Tismanari, i Lautari, gli Ursari, gli
Spoitori e altri) e in secondo a favorire l’assimilazione forzata o
comunque a rendere impossibile una stanza serena nei paesi
industrializzati dei gruppi etnici coesi. E’ facile comprendere dove si
trovi la malafede dei proclami summenzionati. Innanzitutto, il campo Rom è
un falso problema, perché si tratta di una condizione di sopravvivenza
temporanea che spesso famiglie o “kumpanie” Rom scelgono per mantenersi
unite e procurarsi i mezzi di sostentamento minimi, quasi sempre con il
“mangel” (l’elemosina) a causa dell’intolleranza che rende quasi
impossibile agli adulti abili al lavoro trovare un’occupazione dignitosa e
adeguata. E come logica conseguenza, una casa. Se anziché combattere il
campo Rom si combattesse l’emarginazione (educando le cittadinanze e
proteggendo le vittime con l’applicazione delle leggi contro
l’intolleranza e attuando interventi sociali adeguati), il disagio delle
famiglie e la loro precarietà sarebbero immediatamente risolti proprio
attraverso il conseguimento di posti di lavoro e quindi della possibilità
di affittare (e successivamente acquistare) abitazioni. In parole povere,
non serve “superare il campo”, ma superare l’emarginazione. E veniamo alla
definizione di “ghetto” che tanti sedicenti “amici di Rom e Sinti”
applicano agli insediamenti Rom. E’ un uso assolutamente improprio del
termine, perché i veri ghetti sono luoghi in cui un gruppo sociale è
costretto a vivere, mentre non vi è alcun ostacolo per le famiglie Rom che
decidano di abbandonare il campo per entrare in una casa. Non esiste
alcuna forma di prigionia, nel campo-Rom e basta – ancora – un lavoro per
avere i mezzi necessari ad uscirne, scegliendo di abitare in una casa.
Dunque il vero nemico è ancora il razzismo, che rende difficile alle
famiglie Rom il procacciamento di mezzi di sussistenza bastanti ad avere
una casa e un tenore di vita dignitoso. Anche la parola “Apartheid” è
usata non correttamente, riguardo alla situazione dei Rom in Italia.
L’Apartheid istituito dal governo bianco del Sudafrica e rimasto in vigore
fino al 1993 era una vera e propria segregazione razziale che impediva per
legge ai neri di vivere nei quartieri dei bianchi, di usare gli stessi
mezzi pubblici, di realizzare matrimoni misti, di utilizzare le fontane
riservate ai bianchi, di accedere alle stesse scuole e così via. In Italia
esiste un problema di razzismo, non di Apartheid. Il razzismo rende assai
la vita difficile alle persona di etnia Rom, le quali – tuttavia – non
sono perseguitate in osservanza alle leggi vigenti in Italia e nell’Unione
europea, ma – al contrario – da parte di istituzioni, autorità e
cittadinanze che, deliberatamente, violano le leggi che tutelano
l’uguaglianza di tutti gli individui e i popoli, commettendo un abuso ogni
volta che attuano uno sgombero senza prevedere un’alternativa sociale,
ogni volta che comminano un’espulsione immotivata, ogni volta che accusano
ingiustamente e altrettanto ingiustamente condannano una persona Rom, ogni
volta che le negano il diritto a una casa, a un lavoro, alla sicurezza,
alla possibilità di mandare a scuola i bambini e di beneficiare di
un’assistenza socio-sanitaria adeguata alle sue condizioni di vita.

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