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Sulcis, uno sguardo al passato per capire l’oggi

 

Quando mi son messo a cercare di capire cosa pensassi di quel che sta accadendo nel Sulcis, ho deciso di andare a san Giovanni Miniera all’imbocco (ora chiuso) della galleria dove ho visto uscire mio padre quell’unica volta che l’ho atteso alla fine del turno. Situata poche centinaia di metri sopra Norman dove c’era lo spaccio, fu facile avvicinarmi e osservarlo. Mi ricordo lo scalpiccio dei piedi di una decina di minatori, mi ricordo l’impossibilità e il dolore di non riconoscerlo, mi ricordo l’odore acre della polvere e mi ricordo il viso, finalmente noto, segnato dalla fatica e ricoperto di polvere umida che gli ricopriva tutte le rughe e i capelli.

Avevo visto per la prima volta, io ragazzo liceale – uno dei pochi – figlio di minatori, il lavoro che mi dava da mangiare, comprava i miei libri di testo (a dir la verità, gli unici che entravano in casa) mi vestiva, mi permetteva di frequentare la scuola. Fu l’unica. Spesso sepolta dal contingente ma che ritorna vivida ogni qual volta tenti di spiegarmi cosa è successo in questi quaranta anni. Ora c’è il vento, solo il vento che sibila fra i ferri arrugginiti che un tempo erano “macchine”, mostri che attaccavano la terra la sventravano, aprivano la strada a piccoli uomini che facevano partire la “volata” che abbatteva il fronte di avanzamento della galleria. Ora il vento, solo il vento; niente rumori, niente odori, solo polvere secca e nient’altro che vento che scarmiglia i miei capelli. Ma forse per capire l’oggi bisogna ancora guardare più in là nel tempo, scavare ancora di più nei ricordi. Risalire nei ricordi per me vuol dire fine anni ’50, anni ’60. Vuol dire superliquidazione per lasciare l’allora Carbonsarda, e poi che fare? Germania? Torino? Milano? Mio padre fu fortunato! Me li ricordi i pacchi dell’ENI, le sue riviste patinate (le prime che sfogliavo), le vacanze per i figli dei dipendenti. Cose mai viste prima. Il buon Mattei ha lavorato anche in Sardegna, miniera di San Leone, comune di Capoterra. Ricerca di uranio, perché le miniere Sarde erano sempre la frontiera del nuovo, del futuro.

Imparare a usare il contatore geiger (per un analfabeta come mio padre un bell’impiccio), protezione nulla, nemmeno il classico badge conta radiazioni. Dieci mesi a vederlo poche ore la sera, poi più niente. Poi Monte Onixeddu. Bicicletta dalla mattina presto, su in montagna, poi ritorno sempre in bici alle diciotto e oltre. Cena e dormire. Ma non era solo lavoro; erano anche i discorsi col figlio. “Tu, a calci un culo, vai a scuola, che la mia vita non la fai”. Mai toccato in vita mia, mai, però… però ti entrava dentro fino al cuore, nei pensieri più intimi del tuo cervello. E c’era la cucina economica, bianca, in ghisa che fungeva anche da termosifone in inverno. Peccato che funzionasse fino a Giugno inoltrato perché non c’erano i soldi per il gas e “su troppulu”, sfrido dell’armatura, era invece gratis. E poi “Non è mai troppo tardi” perché bisognava imparare a mettere su la firma: non si sa mai. E poi le Olimpiadi in bianco e nero, finalmente  televisore in casa, prima “Roma ’60”, “Tokyo ‘64” poi (in ritardo di molte ore perché il satellite per le telecomunicazioni era sul Pacifico: Telestar si chiamava). E poi gli scioperi, la fine delle gabbie salariali e finalmente il lavoro a San Giovanni Miniera e finalmente si respira: lavatrice, frigo e scuola, “libureddu”, cambiali e tassi usurai.

Prima auto: una 126 nel 1976 quando ormai lavoravo anch’io e coi soldi del mio stipendio da impiegato, “operatore culturale”. Fin quando son stato assunto credo non sapesse nemmeno il significato di operatore ma quello di cultura sì. La cultura incarnata nelle sue mani, nel suo essere operaio, lavoratore, minatore e comunista, quella la conosceva. La sua storia, la mia storia è stata la storia di tutta una generazione, l’unica che ha visto i propri figli salire di un gradino, piccolo, ma salire. Migliaia di donne e uomini, bimbe e bimbi in carne ed ossa. Oggi non rimane che il vento, solo il sibilo del maestrale e il silenzio invadono queste aree.

Il vociare di oggi è altro: chiudere i lavori “assistiti e improduttivi”. Eppure senza ricordare, capire e partire da quel contesto non è possibile analizzare la situazione di oggi. Non è possibile capire i minatori, gli operai di oggi. Quel mondo si è lentamente sfarinato e quella dannata miniera, portatrice di morte (spesso letterale, sempre civile) con la sua totalità che esauriva ogni energia ed esauriva il tempo nel lavoro e nelle lotte, con la sua totalità che portava dolore e malattia anche nel riposo, da tanto tempo non porta più speranza, futuro e progresso. E’ rimasto solo “Odi” non c’è più “et amo” Lentamente, dalla fine degli anni ’70, sono stati abbassati salari, diritti, possibilità e speranze. Ora si va a scuola perché non c’è alcunché da fare. Tutti gli sbocchi sono chiusi e non basta nemmeno la laurea, il famoso e famigerato “pezzo di carta”.

Da tempo le energie migliori vanno via al ritmo di 400 / 500 giovani l’anno in tutto il territorio. Emigrano manovali,  operai qualificati e specializzati, ma anche professionalità alte. Hanno iniziato i periti minerari, prima che l’istituto minerario si specializzasse e diventasse da unica perla della cultura mineraria in Sardegna e in Italia, uno dei tanti istituti tecnici sforna disoccupati. Sono andati in Kenia, Congo, Romania, Ucraina a continuare l’antico e conosciuto lavoro. Ricercati e apprezzati, ma senza alcun sostegno dalle strutture pubbliche che ben sarebbero potuti essere organismi di tutela e di promozione all’estero di un lavoro così speciale e ricercato, i periti minerari nostrani hanno ammodernato strutture fatiscenti dell’Est europeo o degli stati devastati dal colonialismo vecchio e nuovo. Poi è toccato a linguisti in Olanda, Canada e Portogallo, a ingegneri aereonautici all’ESA in Olanda e, ancora, a ingegneri informatici in Olanda o in Nord Italia, musicisti un poco dappertutto.

Insomma un’intera classe dirigente allontanata, forse con grande gioia dei “dirigenti” rimasti che han potuto razzolare così, indisturbati, grufolando fra i “resti”. Già… i “resti”. Perché di questo si tratta. Chi è rimasto è diventato residuale: gli han tolto stipendio e speranza, è rimasta la disperazione. Certo la disperazione fa tanto televisione. Si cominciò nel ’91 con i minatori e i candelotti a favore di telecamera, si è continuato con blocchi stradali, urla e minacce, ascesa di camini e nuovamente candelotti. Possono fare altro, gli operai del Sulcis, se non essere usati da qualche politico o sindacalista di turno  – se non chiedere di poter sopravvivere, giacché vivere si è smesso da un pezzo -? Si dice: non si è saputo gestire la fine delle miniere o del primario. Forse è vero. Ma il primario a Portovesme non è arrivato per compensare la chiusura di Serbariu? E gli “accordi di zona” per diminuire salari e diritti e incentivare ‘i capitali’ da investire nel Sulcis? Non erano per gestire la fase di passaggio?

Le imprese sono arrivate come rondini, hanno fatto il nido nelle aeree (pomposamente definite industriali) di Iglesias e Carbonia; poi, passata l’estate delle sovvenzioni regionali, son partite, con i macchinari pagati dalle nostre tasse, per altri lidi. Non un posto di lavoro si è creato se non per rafforzare clientele e sottomissione degli operai. Certo, serbatoi di voti sono rimasti i “resti” della gloriosa classe operaia.  Poi niente più che vento, desolazione e disperazione. Il cuore si spezza a vedere tutto questo, la mente si arrovella a cercare soluzioni, ma forse bisogna essere radicali, cercare un doppio cambio di paradigma. Innanzi tutto puntare sulle nostre forze. Lo sfruttamento coloniale delle nostre risorse non ha permesso né la nascita di una classe imprenditoriale efficiente (le grandi aziende pubbliche e private, spesso in combutta con la politica, hanno sempre preferito imprenditori “affidabili” a imprenditori efficienti) né l’accumulazione primaria di capitali che permettesse la nascita di grandi imprese autoctone, quindi puntare sulle nostre forze non può che significare la riqualificazione del “piccolo” e dell’ecosostenibile. Penso, ad esempio, alle bonifiche (necessarie per avviare un minimo di sviluppo turistico decente e non d’elite, basato sulle piccole imprese) che lo stato deve imporre a chi ha tanto incassato sullo sfruttamento operaio e dell’ambiente e nulla ha dato.

Penso alla generalizzazione, sfruttando gli incentivi statali, delle piccole produzioni familiari di energia con la sperimentazione di tutte le fonti fossili e non fossili (non solo quindi il grande esperimento della cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica) pannelli solari, piccole pale eoliche, caldaie solari etc. In zona ci sono fisici, ingegneri dei materiali; si potrebbero quindi, impiantare una serie di importanti fabbriche di pannelli fotovoltaici e di piccole pale eoliche. Insomma, quello che spesso dicono i politici e sempre non fanno. Bisogna inoltre considerare che non tutti possono essere costruttori del proprio futuro o imprenditori di se stessi. Per tutti quelli che non han potuto o voluto studiare o sono in età che non consente loro un lavoro se non in una grande azienda, che si fa?

Occorrerà pure pensare a un insediamento economico che dia prospettiva anche a queste persone e ai loro figli. La risposta non può essere solo piccolo è bello e chi non ce la fa o vada all’uscita delle chiese, oppure aspettiamo un welfare che funzioni anche per loro. Eppure, anche tutto questo sarebbe comunque palesemente insufficiente. Ci sarà pure una ragione perché tutto ciò non parte. L’inettitudine e la corruzione della classe dirigente, politica e non, non possono essere e non sono l’unica ragione. In altre regioni d’Europa e del mondo, con classi dirigenti al di sopra di ogni sospetto, i risultati della riconversione non sono stati migliori. Penso alla Lorena, all’Alsazia, al distretto minerario siderurgico del Belgio, alla Scozia, ma anche a Flint e al Tennessee (U.S.A.). Allora è necessario un ulteriore e più importante cambio di paradigma. Mettere al centro dell’azione della politica e dell’economia il benessere dei molti e non la ricchezza dei pochi! E’ da quaranta anni che ci tediano con “privato è bello ed è la soluzione” (anche in questi giorni della privatizzazione della Tirrenia) e con la necessità di tagliare le tasse alle corporation e ai ricchi. Reagan andò in TV e vinse le elezioni convincendo gli operai che se i ricchi avessero avuto più ricchezza avrebbero investito e la ricchezza sarebbe ricaduta su tutti. Quindi, taglio alle spese sociali e incentivi alle corporation finanziarie.

Ora i risultati si vedono. Tutti gli stati che hanno attuato quelle riforme invocate dal “mercato” e dalle “istituzioni finanziare internazionali” hanno imboccato la strada del declino, in primis quelli che le hanno attuate per primi e più in profondità. Dall’Irlanda, alla Spagna di Zapatero e all’Italia di Berlusconi, passando naturalmente non solo per la Francia e la Germania ma soprattutto per gli USA e Regno Unito. Gli stati che hanno ribaltato tale politica hanno superato le difficoltà e sono all’avanguardia. Brasile, America Latina e persino la Russia di Putin e la Cina del PCC hanno abbandonato politiche ultraliberiste e rafforzato la presenza dello stato nell’economia. Per concludere con uno slogan, le soluzioni non possono essere localiste o “sardiste” ma, accanto ad un agire locale, occorre un pensiero globale e socialista: che “proletari di tutto il mondo unitevi” sia lo slogan del XXI secolo e non del XIX? D’altronde basta cambiare di posizione una I.
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai.
Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento.

Marino Canzoneri

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