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Rai, allontanare i partiti non può significare lasciare mano libera ai Governi

 

La RAI è in tutta evidenza un’azienda in crisi. La perdita del primo semestre è di 129 milioni di euro quella prevista per il 2012 è di 200 milioni.Problemi economici, problemi d’identità e di prospettiva si sommano, portano a questo risultato e devono essere assieme affrontati e risolti.

Fino ad oggi, al problema del calo delle risorse dovuto al calo delle entrate pubblicitarie e all’aumento dell’evasione del canone si è sempre risposto con tagli, meno investimenti e omologazione del prodotto.
Una ricetta perdente che ha portato ad un lento e progressivo deterioramento dell’azienda e del suo ruolo e che l’attuale vertice non ha ancora dimostrato di voler invertire. Oggi la parola d’ordine alternativa deve essere quello dello sviluppo, solo così si può risanare strutturalmente l’azienda e non svuotarne il ruolo di servizio pubblico.
Il ruolo e funzione del servizio pubblico vanno ridefiniti e soprattutto garantiti dando risposta ad una semplice domanda: in che cosa consiste la diversità da una normale tv commerciale?
Il tema della dipendenza dalla politica dell’azienda è ovviamente punto fondamentale che riprenderò in conclusione. Ma vorrei, per parlare di sviluppo, una volta tanto partire dal versante industriale e manageriale.
Fra i primi atti, mettere a capo della concessionaria di pubblicità chi come DG non era intervenuto per cambiare questo stato di cose ed aveva avanzato previsioni di bilancio palesemente non possibili, non è certo un buon segnale.
Sul versante della raccolta pubblicitaria e sul canone, per prima la RAI deve avanzare proposte credibili.
Contemporaneamente devono essere presi in esame prodotti e informazione.
La più grande azienda culturale del paese non può sottrarsi alla valorizzazione della nostra unica, vera materia prima (l’arte, la cultura, la storia, lo spettacolo) sia come autoproduzione che come trasmissione della produzione italiana ed europea. L’informazione del servizio pubblico deve essere l’opposto dell’omologazione dei contenuti informativi, sia per l’oggettività della notizia sia come forma di espressione e dando voce a tante realtà del sociale e del lavoro troppo spesso trascurate.
Il futuro dei lavoratori della Rai deve essere affrontato sulla base di una scelta non più rinviabile: un’azienda di proprietà pubblica e soprattutto questa azienda non può e non deve avere questo livello di precarietà insopportabile.
La precarietà oltre che un danno per le persone che lavorano è una forma di pressione sulla autonomia professionale degli operatori che nessuno, ma in particolare il servizio pubblico deve permettersi.
Infine il ruolo vero e proprio di servizio, a partire dalla valorizzazione della nostra lingua verso quei 60 milioni di cittadini (un’altra Italia) di origine italiana che chiedono di comunicare con le proprie origini e di alfabetizzazione dei cittadini all’uso delle nuove tecniche di comunicazione.
Questi sono in estrema sintesi i contenuti per cui occorre un’altra Governance fatta di principi e regole chiare.
Chi dovrebbe essere il proprietario della RAI? Allontanare i partiti dalla RAI non può significare lasciare mano libera ai Governi.
Quindi la proprietà non più al ministero dell’economia. Ma questa affermazione, largamente condivisa, deve essere seguita dall’indicazione di un proprietario alternativo. Ancora, servono tante società e tanti CdA? La struttura societaria futura può assumere un meccanismo duale separando totalmente la gestione da una verifica e un controllo in cui dare spazio ai cittadini?
Ci sono tante proposte in campo, più convergenti di quanto non si dica. Con una generosità che negli anni passati è mancata vogliamo provare a mettere assieme non gli elementi che dividono ma un denominatore comune?
Questo è quello che servirebbe.

P.S: naturalmente è illusorio pensare di fare questi interventi se non si cambia la Gasparri, le norme sull’antitrust e sull’assegnazione delle frequenze vecchie e nuove, se non sì superano i monopoli e il macigno del conflitto di interesse.

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