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Ilva e Wind Jet: la triste estate italiana

 

L’Ilva di Taranto, la Wind Jet di Catania e il tragico suicidio di Angelo Di Carlo, l’operaio disoccupato che lo scorso 11 agosto si è dato fuoco davanti a Montecitorio, morendo dopo otto giorni di agonia, altro non sono che tre aspetti della stessa tragedia: quella di un’Italia stanca, sfibrata, disperata; di un Paese che da Nord a Sud sta soffrendo sotto i colpi di un eccessivo rigore e di una crescita e di uno sviluppo che tardano ad arrivare o sono, comunque, insufficienti.
A differenza del dramma individuale di Di Carlo, che comunque merita il massimo rispetto, in quanto è il simbolo di un malessere sociale diffuso e purtroppo dilagante, le altre due vicende raccontano storie di dolore e sofferenza collettiva che per troppo tempo abbiamo ignorato, fatto finta di non vedere e relegato nelle pagine di cronaca locale, fino a quando – come spesso accade – la realtà non ha preso il sopravvento sulle menzogne, sulle false promesse, sui proclami di una classe politica e di una ceto imprenditoriale che ormai da decenni, soprattutto al Sud, non sono più in sintonia con le richieste dei cittadini e dei lavoratori.
Due brutte storie meridionali, dunque, due tremendi colpi inferti alla credibilità di un Paese che arranca e fatica a riprendersi, al netto dell’ottimismo manifestato a Rimini da Monti e Passera e dai primi, timidi segnali di fiducia che ci hanno rivolto le mai troppo affidabili agenzie di rating americane.
Due storie che parlano di uno sviluppo forsennato e di giganti dai piedi d’argilla che potevano andar bene fino a qualche anno fa, quando ancora i vincoli ambientali non erano così stringenti, la questione ecologica era considerata una materia da “radical chic” e la crisi, che pure c’era già, sia pur latente, non aveva ancora mostrato il suo aspetto più feroce, strangolando le fasce sociali più deboli e ponendo, nella maggior parte dei casi, le persone di fronte a scelte intollerabili.
Non è tollerabile, infatti, chiedere ad un lavoratore se preferisca salvaguardare il proprio posto di lavoro o la propria salute e quella dei propri figli, come non è tollerabile chiedere ad una comunità se preferisca morire di fame, patendo tutti i disagi che questo contesto di degrado comporta, oppure di cancro, tra fumi tossici e acque avvelenate.
Allo stesso modo, non si può scindere lo sconforto dei passeggeri lasciati a terra nonostante avessero pagato regolarmente il biglietto da quello dei dipendenti della compagnia che rischiano di veder andare in fumo l’impiego e, di conseguenza, la propria vita, il proprio futuro e le proprie prospettive. Sappiamo bene, difatti, com’è ridotta la Sicilia e il Meridione in generale; sappiamo bene che lì, più che altrove, quando si perde il lavoro l’alternativa è quasi obbligata: povertà assoluta o delinquenza. E sappiamo anche che non sarà facile rigenerare un tessuto sociale distrutto, intere comunità abbandonate a se stesse da decenni e quel senso di solidarietà che ci permise di ricostruire e far volare l’Italia nel dopoguerra ma che si è smarrito ormai da almeno trent’anni, da quando cioè ci siamo lasciati abbagliare dal luccichio della “Milano da bere” e dal miraggio dei consensi facili ottenuti attraverso la finanza allegra, dalla folle ideologia del meno-Stato e dalla catastrofe del liberismo sfrenato che ci ha condotto dritti nel baratro.
Aveva cinquantaquattro anni Angelo Di Carlo, ha potuto lasciare a suo figlio Andrea la miseria di centosessanta euro, si sentiva umiliato, perso, tradito, proprio come gli operai dell’Ilva e i dipendenti della Wind Jet, come i cittadini di Taranto e i passeggeri della compagnia low cost.
Quelle che abbiamo raccontato sono storie di sconfitte personali che rappresentano la sconfitta di un intero Paese, in quest’estate nella quale iniziamo ad accorgerci che ad aver perso non sono solo i singoli individui ma un modello di sviluppo sfrenato e insostenibile, e per questo destinato ad implodere e a lasciare dietro di sé terra bruciata.

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