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Chiudiamo per sempre… l’allarme dei piccoli imprenditori

 

Simona Pedrazzini è figlia di un ingegnere che ha fondato nel 1986 la SER.GE.M.A., è stremata dalla situazione che vive in prima persona, è arrabbiata con i giornali che non fanno una vera informazione. A dicembre del 2011 decide di aprire una pagina fan e poi un gruppo sul social network Facebook: piccoli imprenditori e i suicidi di Stato. Così si legge fra le informazioni: “Il gruppo si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di un fenomeno che nell’Italia della crisi attuale – e dopo anni di malgoverno – sta prendendo sempre più piede: il numero impressionante di suicidi di liberi professionisti, piccoli imprenditori, dipendenti di aziende in crisi e precari che cominciano ad affollare le pagine della cronaca, in conseguenza della difficile situazione economica che stiamo vivendo. Crediamo che questi eventi drammatici possano essere definiti come crimini di stato, passibili di condanna. Uno stato che non favorisce sviluppo, equità, occupazione e sostegno. Sarebbe importante potersi costituire parte civile in qualità di cittadini italiani, contro un sistema che non ci ha tutelati e non mostra di avere gli strumenti per farlo nell’immediato futuro” E’ fine luglio Simona come immagine per il suo profilo usa una foto dove c’è scritto: “Chiudiamo per sempre il 31 luglio” a causa dell’incertezza sul suo futuro e di tutti gli altri piccoli imprenditori.

“La mia azienda – racconta Simona – fino a qualche anno fa, aveva sedici dipendenti, oggi siamo rimasti con due perché non riusciamo a garantire gli stipendi. Non abbiamo mai licenziato nessuno perché noi piccoli imprenditori non siamo i padroni, ci sporchiamo le mani insieme ai nostri collaboratori. Personalmente ho sempre accettato con grande sofferenza le dimissioni di persone che lavoravano con me, li consideravo fratelli, ma mi rendevo conto che chi trovava di  meglio, in un periodo di crisi, è giusto che andasse via. Ho sempre agevolato gli stipendi in via personale, ora la situazione paradossale è che abbiamo moltissimo lavoro, ma non siamo in condizione di acquistare materiale per le commesse che abbiamo in corso perché la banca ci limita nella liquidità. Le banche hanno sicuramente i loro problemi in questo momento, perché hanno un numero di contenziosi elevato,  però io credo che il direttore della filiale che ti conosce da venti/trenta anni potrebbe avere un minimo di autonomia. Invece ormai i direttori di filiale sono diventati dei meri sportellisti candidamente ti dicono: «I tuoi affidamenti si sono ridotti del 60 per cento» chiedi il perché «Decisioni dall’alto» il problema è che non si sa nemmeno chi sia questo alto, lo posso solo intuire. Anche loro non hanno liquidità, dalla Bce sono arrivati soldi ci hanno comprato titoli di stato e non ci hanno finanziato le nostre attività, di conseguenza limitano il credito al massimo, insomma non svolgono più la loro funzione. Si innesca un circolo vizioso: non posso garantire gli stipendi ed il buon fine delle commesse di conseguenza non lavoro. Oggi sto finanziando io la mia attività, ma ad un certo punto i miei soldi, che sono già pochi, finiranno. Credo che l’unica alternativa possibile sia quella che è nata dall’incontro tenutosi il 30 luglio con altri colleghi:  unirsi in un’unica grande associazione, mantenendo ognuno la propria identità, per realizzare un manifesto comune con le nostre richieste da presentare a chi voglia rappresentarci e tutelarci veramente. Noi commercianti, artigiani, piccoli imprenditori abbiamo toccato il fondo, ma i dipendenti pubblici ogni fine mese hanno ancora lo stipendio accreditato sui loro conti, certo, forse invece di fare la spesa in un grande supermercat,o anche loro iniziano ad andare in un discount. Quando a settembre i tagli interesseranno pure loro, allora tutto il Paese toccherà con mano il fondo, e probabilmente sarà troppo tardi per reagire.  Bisognava modificare le modalità di riscossione di Equitalia, le norme le decide il Parlamento quindi se una legge porta al suicidio avrebbe dovute modificarle. Avrebbero dovuto triplicare i dazi sulle importazioni di merci da Paesi che vengono definiti emergenti: Cina, India, ecc perché noi non siamo in grado di reggere la  concorrenza con loro, non possiamo vendere a dieci, quello che paghiamo cento,  su di noi grava la pressione fiscale per il 70 per cento, dunque non è umanamente possibile concorrere con loro e noi non lavoriamo più. Lo Stato non tenendo conto di tutti questi errori è il diretto responsabile di tutte le morti, sembrerebbe che ci sia un disegno a monte: ci stanno svendendo al mondo, ci vogliono cinesizzare. Ci sentiamo impotenti perché non riusciamo a vedere una via d’uscita, l’unica soluzione sarebbe fare una rivoluzione, la nostra situazione differisce dalla Spagna e Grecia perché ancora non scendiamo in piazza e per questi, dopo le manifestazioni anche violenti, non è cambiato molto. Ci stanno suicidando.”

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