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1° Maggio a Portella della Ginestra. Per il lavoro, contro mafia e rigurgiti neofascisti

 

Primo Maggio a Portella della Ginestra dedicato dal sindacato a Pio La Torre, nel trentesimo del suo assassinio politicomafioso. Portella, luogo simbolo, dove nel 1947 si consuma la prima strage della Repubblica, la cui Carta Costituzionale sarebbe stata promulgata il 4 gennaio 1948, ma dove dalla fine dell’Ottocento, con i Fasci Siciliani, inizia la lunga marcia del riscatto dei lavoratori e dell’antimafia.
Il Primo Maggio del 1893 il Fascio di Piana dei Greci (come si chiamava allora l’attuale Piana degli Albanesi) celebrò la Festa del Lavoro con una tra le più imponenti manifestazioni della Sicilia. A Piana dei Greci, su 9000 abitanti 2500 uomini e 1000 donne diventarono fascianti. Il loro esempio fu seguito dai lavoratori di S.Giuseppe Jato e di S.Cipirello, prima della sanguinosa repressione ordinata dal siciliano Francesco Crispi che decretò lo stato d’assedio e diede pieni poteri al lugubre generale Morra di Lavriano.

Portella rimane simbolo dell’irruzione sulla scena sindacale e politica moderna
delle grandi masse rurali e urbane, braccianti, contadini, piccoli proprietari, artigiani, intellettuali come il medico Nicolò Barbato a Piana, Bernardino Verro a Corleone, Garibaldi Bosco a Palermo, De Felice a Catania.
Attorno al masso detto di Barbato, per antica consuetudine, si sono riunite, anche durante il Fascismo, le popolazioni di Piana, S.Giuseppe Jato, S.Cipirello alle quali hanno parlato i dirigenti del movimento sindacale e politico dei lavoratori che si sono alternati ogni anno nel ricordo di quelle origini e nel lancio di nuove speranze e promesse per il futuro.

Il Primo Maggio del 1964, a Portella parlò tra gli altri Pio La Torre, come è documentato da una foto pubblicata nel sito del Centro Studi La Torre. Assieme a lui parlarono altri dirigenti della sinistra allora divisa sul primo governo di centro-sinistra della storia. Anche allora, La Torre, come gli altri oratori ricordando la strage del 1947, per la quale erano stati condannati alcuni tra gli esecutori, ma nessuno dei mandanti, (la triste storia purtroppo si ripeterà sino alle stragi dei nostri giorni), ha ribadito che il fenomeno mafioso appartiene alle classi dirigenti. Così scriverà, anni dopo nel 1976, quando presenterà la relazione di minoranza della Commissione Antimafia. Il grande Girolamo Li Causi, suo maestro politico e dal quale Pio trarrà esempio, ripeterà sino alla fine che la lotta contro la mafia non è solo una questione di polizia, ma è innanzitutto una questione politica.

A Portella, scriverà lo storico Francesco Renda, l’intreccio tra mafia e politica (e allora anche il banditismo) fu consapevolmente utilizzato sul piano locale e nazionale nel nuovo clima della guerra fredda che in Sicilia fu guerra calda con decine di dirigenti sindacali e politici morti assassinati senza che le autorità riuscissero mai a scoprire vuoi i sicari vuoi i mandanti, come è stato per Azoti, Miraglia, Rizzotto, Li Puma, le altre decine di caduti, fino agli omicidi di Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa, le stragi di Capaci, via D’Amelio e di tutti gli altri che non riusciamo a elencare, ma che non dimentichiamo. Tra tutti questi delitti corre quel filo d’acciaio che lega affari, ricchezza, potere politico e istituzionale ieri cementato dalla difesa del feudo oggi dal capitalismo finanziario locale e globalizzato all’interno del quale agisce quel quadro di comando delle classi dirigenti che non mai digerito la democrazia e una vera libertà di mercato.

In questo contesto il populismo e le degenerazioni della politica nascondono la vera natura della lotta antimafia. Non per caso il populismo istrionesco di Grillo non è molto dissimile da quello burlesco di Berlusconi. Per l’uno e l’altro, l’obiettivo non è la rigenerazione della politica e la partecipazione consapevole delle masse a essa come predicavano e praticavano gli apostoli dei Fasci Siciliani, i giovani costruttori della democrazia repubblicana come La Torre, i cattolici democratici antimafiosi come Sturzo e Mattarella, ma la morte della democrazia.
Il Primo Maggio di trent’anni fa, il giorno dopo la sua uccisione, il sindacato lo volle ricordare in tutte le piazze d’Italia anche come un suo dirigente degli anni cinquanta e sessanta. Al sindacato il plauso di tutti i democratici e il sincero ringraziamento del Centro Studi La Torre.

Permettetemi una nota personale, oggi parlo in nome del Centro Studi a Portella, ieri, quarantuno anni fa, ho parlato da questo sacro sasso quale oratore ufficiale della CGIL e della Federbraccianti. Un grande onore che si ripete nell’impegno di una storia continua nella lotta verso la libertà e il riscatto del lavoro che non è stata fermata, né lo sarà mai, nemmeno ricorrendo alla mafia e al populismo.

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