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La nostra Italia che non si arrende

 

di Roberto Bertoni
Questa volta intendo gridare con forza il mio sdegno e la mia rabbia per quanto è avvenuto sabato scorso a Brindisi. Voglio alzare la voce per presentare una rivendicazione: la rivendicazione dei sogni e dei diritti di una generazione per troppo tempo esclusa e posta ai margini della società, come se fossimo inutili suppellettili da prendere e riporre a piacimento.

Sabato 19 maggio, nelle piazze che in tutta Italia si sono mobilitate per ricordare la povera Melissa e le altre vittime (fortunatamente ancora vive, a dispetto delle gravi condizioni) del vile attentato davanti all’istituto “Morvillo Falcone”, c’erano migliaia di giovani, con i volti affranti, lo sguardo assorto, gli occhi lucidi e un’immensa voglia di ribadire con fermezza che “no, noi non abbiamo paura”, che non bastano degli ordini per fermare la nostra passione e il nostro desiderio di cambiamento.

Mi esprimo con tanta veemenza perché per anni commentatori di dubbio valore e tromboni da salotto televisivo si sono divertiti a dileggiarci in ogni circostanza, accompagnati dal coro di certi politici e di certi governanti cui faceva un gran comodo screditare le nuove generazioni per tentare di salvaguardare la propria pochezza ed evitare un confronto su temi concreti che sapevano di aver perso in partenza.
Quante volte abbiamo letto fiumi d’inchiostro sui giovani disillusi e disinteressati alla politica, distaccati, indifferenti, fatui, privi di valori o anche di peggio, ma non è il caso di proseguire nell’elenco!

Poi, invece, capita di leggere frasi come questa, appuntata da Veronica Capodieci (la più grave tra le vittime della barbarie) sul suo diario: “Non so, mi sento strana in questo periodo, mi sento sola… esclusa da tutto e da tutti, boh, forse non tutti mi vogliono bene ma sicuramente è così, tutti mi dicono vai avanti, non pensare agli altri ma forse non sono troppo forte per andare avanti, sono solo una piccola bambina debole”.

Parole semplici, per carità, i pensieri scritti di getto da un’adolescente ma, soprattutto oggi, in questo tempo buio e privo di emozioni, esse assumono un significato diverso rispetto ad altre epoche. Sono, infatti, il simbolo di una spontaneità genuina, di una purezza che, crescendo, si attenua e in alcuni casi addirittura svanisce, ma proprio per questo la ammiriamo nei ragazzi, nei loro diari sempre pieni di parole e di immagini, sui loro profili di Facebook, nei quali a dominare è il tema dell’amore: un altro argomento da non sottovalutare in questa stagione segnata dall’odio.

È stata proprio questa spontaneità il filo rosso che ha legato le varie manifestazioni che hanno animato, anzi rianimato, un Paese messo in ginocchio dalla crisi e dall’incertezza, scosso dalla paura e dalla rabbia.Quella delle nuove generazioni è stata, difatti, una rabbia diversa: assolutamente pacifica ma intensa, determinata, che ha dato l’impressione di ragazzi finalmente consapevoli del compito che li attende, delle difficoltà che hanno di fronte, dell’immensa responsabilità che la sorte ha assegnato loro, lasciando in eredità ai ventenni di oggi un’Italia sfibrata e misera, gravata dal peso di una crescente disillusione e di un malcontento nei confronti della classe politica e dirigenziale ormai dilagante.

Qualche ore dopo, su una Nazione già allo stremo si è abbattuto persino un terribile terremoto che ha sconvolto una delle zone più produttive, causando danni ingenti e mettendo a rischio una delle poche risorse che ci sono rimaste: l’industria agro-alimentare.
E cos’hanno fatto quegli stessi giovani? In molti casi, sono andati a dare una mano, si sono nuovamente mobilitati per allestire tendopoli e rifugi, per confortare chi ha perso tutto, per asciugare lacrime, per ascoltare storie, per alleviare, come e dove possibile, le sofferenze delle popolazioni colpite dal sisma.
Infine, sabato scorso, sono tornati nuovamente in piazza, a Brindisi, ancora per Melissa, per dimostrare che la memoria non si spegne e il ricordo non si affievolisce, come non si sono attenuati la passione e l’affetto nei confronti di Falcone e Borsellino e di tutte le altre vittime di una violenza barbara che cerca sopraffare il senso di giustizia.
Tante volte abbiamo seguito dei documentari sugli “angeli del fango” nella Firenze alluvionata del novembre 1966; tante volte mi è capitato di discutere con i miei genitori del famoso Sessantotto, con tutti i suoi meriti e le sue contraddizioni; ma stavolta i veri protagonisti siamo stati noi, nonostante un futuro dominato dall’incertezza, nonostante la mancanza di prospettive, la piaga del precariato, gli stipendi da fame e tutti gli altri ostacoli che dobbiamo affrontare quotidianamente sul nostro cammino.

Mentre molti si interrogano sull’esito delle recenti Amministrative, sulla vittoria dei grillini a Parma e sul cosiddetto fenomeno dell’anti-politica, una generazione tradita per oltre un decennio ha fornito una lezione di umanità e di senso del dovere che ha sorpreso in positivo anche me che ne faccio parte.

Alle elezioni manca ormai davvero poco e il centrosinistra ha il dovere di prendere per mano e, al tempo stesso, di lasciarsi guidare dal nostro entusiasmo, dalle nostre idee, dalla nostra freschezza e dalla nostra dirompente volontà di non arrenderci, non ancora, non più, perché tutto ciò che ci poteva essere tolto ci è stato già tolto e adesso è arrivato il momento di ricostruire sulle macerie di un Paese perduto e alla deriva.

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