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Effetto valanga, come fu che l’economia e la finanza si sostituirono alla politica (seconda parte)

 

L’economista canadese John Kenneth Galbraith (1908-2006), individuò almeno cinque fattori di debolezza nell’economia americana responsabili della seconda crisi: cattiva distribuzione del reddito; cattiva struttura, o cattiva gestione delle aziende industriali e finanziarie; cattiva struttura del sistema bancario; eccesso di prestiti a carattere speculativo; errata scienza economica (perseguimento ossessivo del pareggio di bilancio e quindi assenza di intervento statale considerato un fattore penalizzante per l’economia). La Scuola austriaca invece afferma il contrario, e cioè che fu l’eccessivo intervento statale nell’economia, a partire dagli anni ’10 con il presidente Woodrow Wilson, a causare la Grande Depressione.

Secondo il maggiore esponente di tale scuola, l’economista statunitense Murray N. Rothbard (1926-1995), la causa principale sarebbe stata la politica monetaria inflazionistica della Federal Reserve, creata nel 1913; anche se c’è da dire che, come molte altre Banche Centrali, essa è un organismo indipendente dal governo. In pratica Rothbard sostiene che la continua dilatazione del credito attraverso tassi mantenuti artificialmente bassi e il loro successivo inevitabile rialzo, causò il crollo di Wall Street.   Comunque, la prima tesi sembra quella che si più si attagli quantomeno alla crisi odierna, dato che l’intervento degli Stati nell’economia è solo un ricordo del lontano passato.

E’ bene ricordare che la controrivoluzione antikeynesiana rappresentata da quarant’anni anni di applicazione della teoria iperliberista elaborata dalla Scuola di Chicago di Economia, ha determinato l’attuale disparità sociale, dove l’equa distribuzione della ricchezza è solo un miraggio. Secondo tale teoria, fra le altre esigenze di un capitalismo puro, svincolato da qualsiasi intervento statale e che si autoregoli secondo leggi di natura che mantengono il giusto equilibrio tra domanda e offerta, c’è anche la libertà di applicare i prezzi giusti e non imposti: quindi anche la riduzione dei salari se necessita. Il guaio è che tale riduzione è solo funzionale al massimo profitto immediato.

L’iperliberismo, infatti, non contempla affatto saggi e lungimiranti autocorrettivi (data l’assenza di interventi statali, anche se, quando si tratta di salvare le Banche, essi sono necessari nella perversa logica della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite) che si “accontentino” ogni tanto di minori profitti per mantenere costantemente acceso il motore economico. Motore che a un certo punto, quando la perdita del potere di acquisto delle retribuzioni diventa critico, si spegne e arriva la saturazione dei beni prodotti, cioè, la vera crisi in un sistema economico così concepito, i cui capisaldi sono la deregolazione (o deregulation o il laissez-faire in economia), le privatizzazioni e i tagli consistenti alla spesa sociale.   Purtroppo sembra che i sostenitori della teoria iperliberista non abbiano le idee molto chiare su come risolvere questa crisi economica che senza dubbio è sistemica, dato che portano avanti le stesse ricette che l’hanno provocata, e a cui pare che i governi non sappiano opporsi, accanendosi nelle misure di austerità solo sulle fasce più deboli della popolazione. Se i governi attuano solo rigore privo di equità e soprattutto non badano alla crescita, la recessione già in atto è destinata ad aggravarsi.

Da qualche giorno però anche la Merkel sembra finalmente volere invertire la rotta parlando di crescita e non solo ossessivamente di rigore, poiché anche l’economia tedesca rallenterà se destina l’area mediterranea dell’Europa alla recessione, e anche alla luce di una probabile vittoria alle presidenziali francesi del candidato socialista Hollande che soprattutto sull’obiettivo della crescita sta fondando la sua campagna elettorale. Deve essere così, altrimenti alla lunga ci sarà una totale e scellerata svolta autoritaria del potere finanziario e un ritorno, senza esagerazione, all’ancien régime, dove non so a che serviranno gli immensi profitti accumulati da pochi in un mondo depauperato nelle sue risorse naturali e fortemente inquinato, destinato solo al decadimento sociale, culturale e pure scientifico e tecnologico, se pochi accederanno alla conoscenza… (CONTINUA)

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