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Senza confronto non si esce dal berlusconismo

 

Una grande lezione ci viene questa settimana da un mondo che non è il nostro punto di riferimento ma che, personalmente, mi sono sempre rifiutato di considerare a priori ostile: la Giunta di Confindustria, infatti, ha designato il successore di Emma Marcegaglia alla guida di viale dell’Astronomia e ha preferito la “colomba” Squinzi, patron della Mapei, al “falco” Bombassei, il proprietario della Brembo ma, soprattutto, l’uomo della linea dura, dei contratti separati, lo stesso che avrebbe voluto sbullonare “l’Unità” dalle bacheche delle fabbriche, in linea con quanto è accaduto alla Magneti Marelli di Bologna.

Ha perso e questo è un bellissimo segnale che gli industriali hanno deciso di rivolgere al Paese: il mondo delle imprese è pronto a fare la sua parte, assumendosi le proprie responsabilità in una fase così delicata e privilegiando il dialogo allo scontro, la concertazione all’esclusione, accordi veri ad accordi fittizi, destinati poi a scontrarsi con le giuste proteste di chi si ritrova, dall’oggi al domani, nell’incertezza più assoluta o, spesso, addirittura in mezzo ad una strada.
Per una volta, il confronto pacato e costruttivo ha prevalso sull’odio ideologico di chi vorrebbe riportare indietro le lancette della storia, tornando all’epoca in cui il lavoratore era considerato merce e non aveva alcun diritto, figurarsi quello di scioperare o di esprimere liberamente le proprie idee.

Con l’elezione di Giorgio Squinzi, i veri sconfitti sono i “duri” (si fa per dire) del PDL: i Sacconi, i Brunetta, i berluscones in generale, Alfano in testa, coloro che sognano un colpo di mano da parte di Monti sulla riforma del mercato del lavoro: quanto sarebbero felici se il Premier commettesse il madornale errore di presentarsi in Parlamento con un decreto legge e decidesse di porre il voto di fiducia! Compirebbe la scelta più berlusconiana possibile, inserendo nel testo provvedimenti che mai Berlusconi e la sua risicatissima maggioranza si sarebbero permessi di varare: un po’ perché la Lega avrebbe staccato la spina, un po’ perché avrebbero dovuto fronteggiare la rivolta del Nord – industriali ed operai insieme – un po’, infine, perché il livello di tensione nel Paese sarebbe stato tale che non sarebbero bastate tutte le piazze di Roma a contenere la marea umana che si sarebbe riversata nella Capitale per lanciare un segnale chiaro ed inequivocabile al governo.

Se a Monti è consentito tutto o quasi, le ragioni sono varie, alcune condivisibili, altre meno: da una parte, la grande credibilità del Professore, la sua autorevolezza e il suo prestigio internazionale e, in particolare, l’idea di serietà, competenza e concretezza che egli trasmette in ogni occasione; dall’altra, il discredito della politica, il crollo di consensi nei confronti di partiti e sindacati, la crisi economica che acuisce le preoccupazioni e induce la collettività a riflettere su argomenti fino a pochi mesi fa considerati oscuri o “da esperti” come lo spread che aumenta, la borsa che crolla, i mercati altalenanti, l’economia che rallenta fino a condurre il Paese in recessione.
Adesso però, nel momento più difficile da quando ha assunto quest’onere, il Premier è chiamato a dimostrare di essere davvero uno statista di rango europeo, capace di portare avanti la propria linea, di ispirarsi alla propria visione della società e dell’economia ma anche di venire a patti con chi la pensa diversamente, sbullonando la pessima eredità dei predecessori che avevano trasformato lo scontro con la CGIL in un punto d’onore.
Pur condividendo in gran parte le scelte dell’esecutivo, dalle liberalizzazioni ad una maggiore attenzione nei confronti dei giovani, dai blitz della Guardia di Finanza ai richiami all’asse Merkozy affinché le politiche di rigore siano accompagnate da seri investimenti a favore della crescita e dello sviluppo, specie nei paesi più colpiti dalla crisi (tra cui l’Italia), ci sentiamo di rivolgere un appello al Presidente del Consiglio e ai suoi ministri più attivi in questi giorni: basta con le fiducie.

Comprendiamo che, con una maggioranza  così bizzarra ed eterogenea, talvolta siano state necessarie per evitare che i provvedimenti venissero annacquati; comprendiamo la necessità di mantener dritta la barra ed impedire che le lobby e i grandi poteri, occulti e non, riescano ad avere la meglio anche stavolta; comprendiamo tutto, ma non possiamo accettare che il Parlamento venga ridotto pure dai tecnici a luogo di mera ratifica, come è avvenuto durante il triennio berlusconiano, a causa di una concezione proprietaria e padronale delle istituzioni pubbliche.
La dignità delle istituzioni viene prima dei singoli provvedimenti, buoni o cattivi, condivisi o divisivi che siano, e non può un governo di tale livello, con una maggioranza di cui nessun altro esecutivo ha mai disposto nella storia repubblicana, abbassarsi a comportamenti da puro berlusconismo, non a caso invocati dal PDL con il duplice intento di affermare il princìpio della continuità rispetto al loro disastro e di creare una miriade di problemi all’interno del Partito Democratico.

Monti sa bene che se imboccasse questa strada, probabilmente, andrebbe a casa o, peggio ancora, rimarrebbe in sella con una maggioranza simile a quella dell’ultimo Berlusconi (che, è bene ricordarlo, si basava sugli umori di Scilipoti), vanificando i motivi per i quali è stato chiamato con urgenza al capezzale del Paese e giocandosi le residue possibilità di succedere a Napolitano.
Alla fine, siamo convinti che il vero, grande sconfitto in questa partita sarà proprio Berlusconi (e, di conseguenza, il suo delfino Alfano) perché il Premier è un uomo troppo esperto e troppo diplomatico per cadere in trappole del genere. Sia lui sia Fornero sia Passera sanno benissimo che, ora più che mai, occorre rispolverare la virtù del dialogo e del compromesso proficuo nell’interesse comune, altrimenti anche il loro governo verrebbe considerato fallimentare; e un altro fallimento l’Italia non se lo può permettere.
Andrà così e non è la prima volta che Confindustria precorre svolte decisive: accadde nel 2000 con l’elezione di D’Amato e l’anno successivo vinse Berlusconi; è accaduto adesso e il resto dipende da noi.

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