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Aggredita perché tentavo di informare sul degrado. Vi racconto la mia esperienza a Ponticelli

 
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La mia esperienza nel parco Merola di Ponticelli ha avuto inizio lo scorso marzo, contestualmente all’avvio delle opere di street art che attualmente adornano le facciate di quattro palazzi, mi ero recata lì proprio per documentare quelle opere e in quel contesto ho trovato la massima espressione dell’intento che mi ha portato a fondare “Napolitan”, il mio giornale online, ovvero: avvicinare i bambini e i ragazzi del quartiere alla cultura attraverso la pratica di diverse attività che avrebbero fornito ai più idonei l’opportunità di conseguire, attraverso il mio giornale, l’iter per diventare giornalista.

Un’opportunità concreta intorno alla quale ho visto fioccare i disegni dei più piccoli che molto spesso si rivelavano essere autentiche valvole di sfogo che urlavano i loro disagi e tormenti e poi c’erano i temi, gli articoli timidamente abbozzati dai più grandi. A loro potevo chiedere di scrivere e colorare in ogni momento e la loro risposta non era mai “no”, perché ero riuscita a realizzare il loro grande sogno: attraverso un articolo, infatti, segnalai al comune la condizione di pericoloso degrado in cui imperversa il campo di calcio che giace nel cuore del parco e, il giorno seguente, il comune di Napoli ha convertito quella richiesta in un intervento che prossimamente verrà effettuato. In contemporanea, i condomini del parco, attraverso una raccolta firme spontanea, mi proclamavano loro portavoce, come lo stesso sindaco de Magistris ha affermato ieri “ero il loro megafono”: così, attraverso il mio giornale e un dialogo costante con le istituzioni sono stati attuati diversi interventi di manutenzione straordinaria che hanno migliorato la qualità della vita in un contesto abbandonato a sé stesso da circa un ventennio.

Lo scorso novembre, la figlia del “capo” del parco, mi aggrediva brutalmente su quello stesso campo di calcio per il quale mi sono tanto battuta, tra i bambini che scappavano impauriti. Quello è stato il loro modo di farmi capire che il mio operato in quella sede non era più gradito. Di lì a poco avrei dovuto istituire un’associazione per “ufficializzare” la mia presenza all’interno del parco e ipotecare il futuro di quei bambini, affiancandomi a cantanti, scrittori, rapper, writers, ballerini e giovani appassionati della zona, pronti, come me, a scendere in campo, a titolo gratuito per riscattare le sorti del quartiere.
In seguito a quell’aggressione che non ho denunciato in prima battuta per negoziare la mia incolumità con quella famiglia, ho smesso di frequentare il parco, perché consapevole del rischio al quale andavo incontro.

La mattina del 21 dicembre scorso, mi sono recata all’esterno del parco Merola solo per documentare l’avvio della quarta opera di street art. “Il capo del parco”, ex affiliato del clan Sarno, reduce da 10 anni di carcere, non appena mi ha vista è sceso dall’auto e ha iniziato ad inveire pesantemente contro di me, prendendomi a calci e pugni. Mi allontanai immediatamente dal parco per raggiungere la pattuglia della polizia municipale che stanzia all’ingresso del mercato rionale che quella mattina era in corso, ma venivo raggiunta ancora da quell’uomo e da sua moglie – imparentata con il clan D’Amico – che scendeva dalla vettura e dava luogo ad un altro pestaggio, cercando perfino di trascinarmi in auto.
Nonostante quell’aggressione sia maturata nel cuore di una splendida giornata di sole, tra la folla di persone che popola il mercato, nessuno ha mosso un dito per aiutarmi.

In seguito a quest’ultimo episodio, per preservare la mia incolumità, mi sono vista costretta a trascorrere un periodo di tempo lontano da Napoli. Una volta ritornata in città, ho scoperto che tra le persone ritratte in quella stessa opera di street art, accolta sul muro ai cui piedi è maturata la mia aggressione, appare anche il mio aggressore. A oggi, non ho ricevuto scuse né motivazioni sensate da parte del direttivo di “Inward”, l’associazione a capo del progetto.
La mia attività giornalistica tra le mura del quartiere è temporaneamente sospesa, al fine di preservare la mia incolumità, in quanto, il pericolo più elevato al quale sono esposta oggi è che i miei aggressori, incontrandomi, possano dare luogo ad un’altra aggressione.

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