Emfa, la grande incompiuta

Via il bollo, via il canone. Destra ai titoli di coda

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Dopo l’urlo salvifico di Giorgia Meloni con lo scalpo esibito del bollo auto, è la volta del canone della Rai. È ripreso, infatti, l’iter parlamentare della normativa sulla Rai, dopo stop and go ripetuti. Un anno dopo l’altro. Ora pare prevalere il desiderio di governo e maggioranza di provare lo scacco matto: prima la legge elettorale e subito dopo la conquista definitiva del servizio pubblico radiotelevisivo. Siamo di fronte alla scelta di navigare ai confini della legittimità, essendo il testo sulle modalità elettorali esplicitamente incostituzionale e il succedaneo sull’ex monopolio uno schiaffo all’European Media Freedom Act (Emfa) tanto sul versante della scelta dei vertici aziendali quanto su quello delle risorse.

Come si è cercato di dire e scrivere fino alla nausea, l’articolo 5 del Regolamento – in vigore dall’8 agosto dell’anno passato – prescrive autonomia e indipendenza del fornitore di media di servizio pubblico, nonché certezza e trasparenza del finanziamento.

Il testo della destra prevede un facile prevalere della maggioranza – già dopo i primi tre pronunciamenti – nel voto per l’organo di amministrazione, con l’aggravio della facoltà attribuita al ministero dell’economia di indicare due componenti.

E nelle ultime ore è arrivato l’altro scalpo preelettorale: dopo il bollo esentato per una cospicua serie di autoveicoli, ecco la messa in causa del canone della Rai.

Si tratta di un’imposta sul possesso degli apparecchi riceventi, che affonda nella notte dei tempi garantendo la tenuta economica di un apparato dalla guida (transeunte) assai discutibile e tuttavia con una missione pubblica.

La Lega di Salvini ha evocato numerose volte la volontà di liberarsi della odiosa tassa, odiata anch’essa come il bollo auto, secondo le trombe del dì di festa, pronte e pronti ad essere richiamati all’ordine da qualche funzionario del ministero competente. Ma l’importante è reggere la millanteria fino al voto, poi si vedrà. Lasciamo perdere ogni commento sulla discesa agli inferi del dibattito politico e torniamo al punto.

I relatori del testo (uno di Fratelli d’Italia, l’altro di Forza Italia: magari approfittando della disattenzione di Mediaset tutrice dello status quo) hanno depositato emendamenti finalizzati a introdurre la variante rispetto al canone di «altre forme di finanziamento pubblico» o di coprire eventuali variazioni negative con «altre forme compensative». Se capiamo bene: in campagna elettorale si canticchierà il ritornello «via il bollo auto, via il canone Rai», supponendo per il primo di mantenerne la vigenza a termine e per il secondo – dopo i richiami della famiglia Berlusconi – di promettere per poi ritrattare il giorno dopo il voto.

Intendiamoci. Guai a ogni tipo di conservatorismo. Un conto è ridiscutere in una seria riforma rispettosa dell’Emfa dell’intera materia dei finanziamenti, dal canone alla pubblicità. Un ulteriore conto ancora è proporre l’inserimento dell’imposta nella dichiarazione dei redditi, con una progressività rispettosa delle varie fasce di reddito e con esenzioni o riduzioni per i più deboli. In tale direzione vanno gli emendamenti delle opposizioni, a partire da quelli di Alleanza Verdi Sinistra che riprendono un progetto di legge depositato il 2 agosto del 2023. Quest’ultimo riprendeva un lungo lavoro svolto insieme ad associazioni come MoveOn, Articolo21 e Rete NoBavaglio.

Vi sarà un vero dibattito sui testi o tutto sarà chiuso con la ciliegina di un ennesimo voto di fiducia? Sembra impossibile che un governo agitatore con il ministro Giorgetti di un presunto equilibrio delle casse statali si disinteressi della probabile infrazione comunitaria per il mancato rispetto dell’Emfa, foriera di multe milionarie. La campagna elettorale è un’orgia di menzogne, di slogan grotteschi e di combinazione tra il silenzioso lavoro sotterraneo degli algoritmi sui social e la sfacciataggine della televisione generalista.

Fermatevi. La Rai rischia il tracollo e, nell’infausto caso, se ne andrebbe un pezzo dell’identità italiana. Sì, di questo si tratta, care e cari portatori di sventure.

(da Il Manifesto)


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