Emfa, la grande incompiuta

Tito Cortese, un pezzo della storia del servizio pubblico

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I più giovani non ricorderanno Tito Cortese che ci ha lasciato ieri.
Eppure è stato davvero un pezzo della storia del servizio pubblico, di quello che oggi non c’è più.
Tito Cortese, come Roberto Morrione, incarnavano la Costituzione, si sentivano parte di un processo democratico di inclusione, che aveva l’ambizione di consegnare a cittadine e cittadini nuovi strumenti di conoscenza, nuovi alfabeti.
Tito Cortese, veneziano, è stato corrispondente a Bonn, caporedattore nel tg2 di Andrea Barbato, direttore dell’Ora, dirigente della federazione della stampa, dell’Usigrai, del sindacato pensionati della Cgil.
Distante da ogni concezione corporativa e servile del sindacato, non credeva si potessero mai separare il sindacato della Costituzione da cosiddetto sindacato di servizio.
Per questo si impegnò a svelare trame e complotti, insieme ai giornalisti democratici, poi alla componente di rinnovamento sindacale, al gruppo di Fiesole, sino alla ricostruzione del sindacato dei giornalisti della Rai.
Delle sue tante inchieste sarà il caso di ricordare la rubrica “di tasca nostra” la prima trasmissione dalla parte dei consumatori, senza esibizionismi e retorica, Tito Cortese e le sue collaboratrici e collaboratori andavano a caccia delle truffe, comparavano prezzi e tariffe, con tanto di nome e cognome.
Fu qualcosa di rivoluzionario, milioni di ascoltatrici e di ascoltatori  lo seguivano, nacque il movimento comunicazioni di massa, capace di coinvolgere milioni di persone nel rivendicare una Rai fedele alla costituzione.
Quella trasmissione, negli anni del CAF, Craxi, Andreotti, flForlani, fu chiusa, commissariata, accusata di essere arcaica, anti industriale, contraria agli interessi del paese.
Oggi come allora le stesse parole, la stessa ipocrisia, la stessa obbedienza cieca e servile. Nel tempo “Di tasca nostra” fu riproposta da Stefano Gentiloni, Mario Meloni, Antonio Lubrano, croniste e cronisti di grande valore sino alla riedizione moderna con il titolo di “Mi manda Rai Tre.”
Quella censura, grave e immotivata, fu contrastata da Tito Cortese in ogni modo, ma quelle furono le prove generali delle epurazioni e delle espulsioni, già iniziato con la cacciata di Andrea Barbato e la fine di quel tg2 che ha davvero segnato una stagione irripetibile della Rai.
Non si arrese mai, diventò anche il portavoce del comitato referendario sulle tv, colse tra i primi la tragedia del conflitto di interessi irrisolto, chi doveva sostenere quella battaglia si sfilò, scappando dalla porta laterale, favorendo la vittoria di Berlusconi.
Tito, invece, vi mise la faccia, come sempre.
Un abbraccio ai suoi familiari che non lo hanno mai abbandonato e che lo hanno accompagnato sino alla fine, raccogliendo anche l’ultimo invito ad un funerale privato, silenzioso, antiretorico, esattamente come lo abbiamo conosciuto ed apprezzato umanamente, professionalmente, politicamente.


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