C’è qualcosa di profondamente inquietante nella naturalezza con cui un ponteggio edilizio può trasformarsi in uno strumento di amnesia collettiva. A Santa Maria la Longa, nella frazione di Santo Stefano Udinese, il restauro di una facciata ha riportato alla luce il motto fascista «Chi si ferma è perduto», impresso nel settembre del 1938 per celebrare il passaggio di Benito Mussolini. Di fronte alle proteste della comunità e delle associazioni, il sindaco Fabio Pettenà ha tirato fuori il repertorio giustificazionista figlio di una certa politica, ricordando la proprietà privata dell’immobile e promettendo l’apposizione di una targhetta esplicativa per contestualizzare la scritta murale.
Messa così, la vicenda friulana parrebbe ridursi a una polemica di provincia che si consuma nel giro di un weekend. In realtà è l’epilogo di un male antico e tutto italiano, legato all’incapacità di fare i conti con il passato — o, per meglio dire, con il fascismo. Il nostro Paese convive da quasi un secolo con una presenza imponente di pietra e cemento che va dalle moli monolitiche del Foro Italico a Roma fino ai motti scolpiti sulle ex case del fascio disseminate nelle province. Per decenni questi reperti sono stati tollerati nell’ombra del paesaggio urbano, lasciati decadere o semplicemente ignorati, frutto di una rimozione collettiva che ha preferito la convivenza passiva alla decostruzione critica.
Oggi però assistiamo a una mutazione antropologica e politica ben più insidiosa. Non siamo più di fronte alla semplice inerzia nei confronti del passato, ma a una vera e propria foga restaurativa condotta da diverse amministrazioni locali, pronte a rivendicare la ripulitura ex novo di slogan e motti del regime in nome della conservazione del patrimonio o del valore architettonico.
Sulle pagine di Articolo 21 abbiamo documentato di recente i contorcimenti di questo revisionismo a bassa intensità. È accaduto a Viterbo, sulla facciata dello storico Liceo Classico intitolato a Mariano Buratti, il professore di filosofia e comandante partigiano torturato in via Tasso e fucilato a Forte Bravetta nel 1944. Lì, con la scusa del restauro conservativo, è stata dipinta a caratteri cubitali la dicitura «Casa del Balilla». Un’operazione resa ancora più grave dalla totale assenza di rigore storico, dato che, come emerso dal lavoro d’inchiesta di Tusciaweb e dai riscontri dell’Istoreco, quella scritta su quella parete non è mai esistita. Un’invenzione nostalgica spacciata per tutela e applicata proprio sulla scuola dedicata al martire della Resistenza.
Su questo terreno occorre spazzare via ogni equivoco teorico. La risignificazione dello spazio pubblico non è una concessione né una moda, ma un preciso dovere civile della Repubblica. Trattare i monumenti totalitari richiede tuttavia l’intervento diretto di storici, ricercatori e comitati scientifici dotati di competenze rigorose. Solo la storiografia possiede gli strumenti per disarmare la carica eversiva della propaganda, operando un disinnesco critico e radicale capace di trasformare la pietra del regime in un effettivo monito antifascista.
Senza la guida degli storici e in assenza di un progetto di decostruzione culturale, ciò che si consuma nei piccoli e grandi comuni italiani è una drammatica risignificazione al contrario. Tirare a lucido le parole del dittatore senza smontarne la forma visiva significa riabilitarne la presenza nello spazio democratico. Lo slogan fascista perde il suo peso di violenza storica e viene integrato nel paesaggio quotidiano, equiparato a una panchina, a un lampione o a un fregio decorativo. È la normalizzazione perfetta, quella che abitua lo sguardo dei cittadini e degli studenti a convivere con i simboli del regime fino a renderli del tutto trasparenti e accettati. Anzi, dei veri e propri beni monumentali.
Il caso di Santa Maria la Longa ci ricorda che la memoria di una democrazia non si misura sulla capacità di tirare a lucido la propaganda che ha distrutto il Paese. Lo spazio pubblico appartiene alla Costituzione nata dalla Resistenza, e la storia si difende nelle aule di studio, nei libri e nei luoghi della memoria, non stuccando le frasi di Mussolini per consegnarle tirate a nuovo all’indifferenza del futuro.
Messa così, la vicenda friulana parrebbe ridursi a una polemica di provincia che si consuma nel giro di un weekend. In realtà è l’epilogo di un male antico e tutto italiano, legato all’incapacità di fare i conti con il passato — o, per meglio dire, con il fascismo. Il nostro Paese convive da quasi un secolo con una presenza imponente di pietra e cemento che va dalle moli monolitiche del Foro Italico a Roma fino ai motti scolpiti sulle ex case del fascio disseminate nelle province. Per decenni questi reperti sono stati tollerati nell’ombra del paesaggio urbano, lasciati decadere o semplicemente ignorati, frutto di una rimozione collettiva che ha preferito la convivenza passiva alla decostruzione critica.
Oggi però assistiamo a una mutazione antropologica e politica ben più insidiosa. Non siamo più di fronte alla semplice inerzia nei confronti del passato, ma a una vera e propria foga restaurativa condotta da diverse amministrazioni locali, pronte a rivendicare la ripulitura ex novo di slogan e motti del regime in nome della conservazione del patrimonio o del valore architettonico.
Sulle pagine di Articolo 21 abbiamo documentato di recente i contorcimenti di questo revisionismo a bassa intensità. È accaduto a Viterbo, sulla facciata dello storico Liceo Classico intitolato a Mariano Buratti, il professore di filosofia e comandante partigiano torturato in via Tasso e fucilato a Forte Bravetta nel 1944. Lì, con la scusa del restauro conservativo, è stata dipinta a caratteri cubitali la dicitura «Casa del Balilla». Un’operazione resa ancora più grave dalla totale assenza di rigore storico, dato che, come emerso dal lavoro d’inchiesta di Tusciaweb e dai riscontri dell’Istoreco, quella scritta su quella parete non è mai esistita. Un’invenzione nostalgica spacciata per tutela e applicata proprio sulla scuola dedicata al martire della Resistenza.
Su questo terreno occorre spazzare via ogni equivoco teorico. La risignificazione dello spazio pubblico non è una concessione né una moda, ma un preciso dovere civile della Repubblica. Trattare i monumenti totalitari richiede tuttavia l’intervento diretto di storici, ricercatori e comitati scientifici dotati di competenze rigorose. Solo la storiografia possiede gli strumenti per disarmare la carica eversiva della propaganda, operando un disinnesco critico e radicale capace di trasformare la pietra del regime in un effettivo monito antifascista.
Senza la guida degli storici e in assenza di un progetto di decostruzione culturale, ciò che si consuma nei piccoli e grandi comuni italiani è una drammatica risignificazione al contrario. Tirare a lucido le parole del dittatore senza smontarne la forma visiva significa riabilitarne la presenza nello spazio democratico. Lo slogan fascista perde il suo peso di violenza storica e viene integrato nel paesaggio quotidiano, equiparato a una panchina, a un lampione o a un fregio decorativo. È la normalizzazione perfetta, quella che abitua lo sguardo dei cittadini e degli studenti a convivere con i simboli del regime fino a renderli del tutto trasparenti e accettati. Anzi, dei veri e propri beni monumentali.
Il caso di Santa Maria la Longa ci ricorda che la memoria di una democrazia non si misura sulla capacità di tirare a lucido la propaganda che ha distrutto il Paese. Lo spazio pubblico appartiene alla Costituzione nata dalla Resistenza, e la storia si difende nelle aule di studio, nei libri e nei luoghi della memoria, non stuccando le frasi di Mussolini per consegnarle tirate a nuovo all’indifferenza del futuro.
