Di Fabio Mussi ci mancherà in particolare l’ironia, quella sua finta ruvidezza che lo rendeva un uomo del popolo senza mai scadere nel populismo. Del resto, il compagno Mussi, laureato in Filosofia alla Normale di Pisa e cultore della Scuola di Francoforte, era uno degli ultimi a non aver rinnegato la storia e la memoria del PCI, pur avendo aderito alla svolta occhettiana della Bolognina fino a diventare capogruppo del PDS nella delicata stagione del centro-sinistra al governo. Se lo scriviamo con il trattino, è perché Mussi ci teneva. Da amante della dialettica politica, infatti, non apprezzava i pateracchi, le mescolanze innaturali e i partiti senza cuore, identità e radicamento popolare. Non a caso, quando a Firenze, nella primavera del 2007, i DS decisero di sciogliersi per dar vita al PD, in rappresentanza della sua mozione salì sul palco e disse, non senza emozione: “Io mi fermo qui”. Aspra era stata, difatti, la sua critica nei confronti della segreteria Fassino, a suo giudizio intrisa di quel dogma clintonian-blairiano, ribattezzato “Terza via”, che fece furore sul finire degli anni Novanta e del quale ancora adesso stiamo pagando le conseguenze. Non solo la dialettica, dunque, ma anche la difesa delle proprie idee, del proprio percorso e dei propri valori, all’interno di una coalizione che poteva pure essere vasta ma non doveva mai diventare onnicomprensiva o, peggio ancora, snaturarsi. Figuriamoci, insomma, se uno come lui avrebbe potuto accettare un soggetto politico di cui tuttora, a quasi vent’anni dalla nascita, non sono chiari i confini, la visione del mondo, la collocazione in ambito internazionale, la concezione della società e la direzione verso cui tendere. Preferì, come detto, fermarsi e porre, di fatto, fine alla propria avventura politica, dimostrando una dignità, un coraggio e una lungimiranza che altri, ahinoi, non hanno avuto.
Non è questo il momento di lasciarsi andare a polemiche, ma a uno come Mussi le doverose puntualizzazioni non sarebbero dispiaciute, come non gli sarebbe dispiaciuto essere ancora parte di un dibattito duro e necessario su cosa debba essere la sinistra nella transizione globale che stiamo vivendo e, ancor più, fornire qualche disinteressato suggerimento alle nuove classi dirigenti al fine di scongiurare il ripetersi degli errori del passato. Non ha fatto in tempo, le condizioni di salute non gliel’hanno consentito e a noi rimane dentro un senso di vuoto. Ci verrebbe voglia, in questo momento, di compiere un gesto pasoliniano: afferrare una bandiera rossa, ridivenuta straccio, e sventolarla. E ci verrebbe ancor più voglia, mentre si parla tanto di RAI e libertà d’informazione, di dar seguito a una delle sue più riuscite provocazioni: proporre un portuale di Livorno come membro del CdA RAI. Mussi, d’altronde, non era nuovo a queste uscite: la trovata in questione la lanciò al termine di una lunga discussione durante una riunione del Correntone, quando si parlava di quale fosse il profilo ideale da indicare, per l’appunto, per il CdA RAI e lui ci tenne a rimarcare le sue origini popolari, quello spirito verace di cui a sinistra, purtroppo, sembra essersi smarrito il seme.
Parliamo, tuttavia, di una storia che viene da lontano: non la si può confinare all’ultimo periodo, peraltro privo di dialettica, quindi per uno come lui assai poco interessante. Il suo viaggio affonda le radici negli anni della Primavera di Praga e della nascita del Gruppo del Manifesto, quando, pur non facendone parte, fu uno dei sei membri del Comitato centrale del PCI che si opposero alla radiazione di quel coraggioso vascello di pionieri (gli altri due furono Cesare Luporini e Lucio Lombardo Radici, oltre a tre dei fondatori di quel gruppo, ossia Luigi Pintor, Rossana Rossanda e Aldo Natoli), testimoniando fin da giovanissimo un certo gusto per la sfida e per lo spirito critico nonché l’appassionato disincanto di chi sa che per cambiare il mondo bisogna evitare di rimanere troppo a lungo al proprio posto, peggio ancora se in silenzio.
Alcuni di questi ricordi me li ha forniti, in tanti anni di amicizia, Vincenzo Vita, altri ancora li attingo dalla mia memoria, dalle interviste che gli ho realizzato, dai fugaci scambi di battute che abbiamo avuto in oltre un decennio di frequentazione e dalla profonda ammirazione che provavo per un uomo che ha sempre manifestato interesse per i movimenti, pur rimanendo ingraianamente “nel gorgo” del partito ed evitando qualsivoglia forma di eccesso.
Il rimpianto più grande è che oggi siamo qui a ricordare un uomo che in pochi hanno avuto davvero la saggezza di ascoltare, ad esempio quando denunciava le storture della globalizzazione ai tempi dei movimenti di Seattle e di Genova o quando a Pesaro, come ricordato, dava vita alla mozione Berlinguer, in contrapposizione al “riformismo” di Fassino e al governismo esasperato ed esasperante di cui avremmo avuto prova nei due decenni successivi. Ribadiamo: non è questo il tempo delle polemiche, non è la sede adatta e ce ne guardiamo bene. Non possiamo, però, nemmeno tacere di fronte all’evidenza: esistono, infatti, delle ragioni e dei torti e la storia si è già ampiamente incaricata di stabilire chi stesse da una parte e chi dall’altra, a cominciare dal tema delle guerre e del modello economico e di sviluppo da seguire.
Dell’intellettuale Fabio Mussi, già vice-direttore di Rinascita e condirettore dell’Unità nonché ministro dell’Università e della Ricerca nel secondo governo Prodi, ricordo una chiacchierata nell’inverno del 2018, alla vigilia delle Politiche, e un’altra nel novembre del 2021, a proposito del ruolo nefasto dei DS durante il G8 di Genova, quando quel partito pensò bene di ritirarsi dal Corteo internazionale previsto per il 21 luglio 2001 schierandosi, sostanzialmente, dalla parte degli otto potenti contro i sei miliardi di abitanti del mondo e, quel che è peggio, contro le decine di migliaia di elettrici ed elettori presenti in piazza, nonostante la pavidità del partito, per criticare un vertice sbagliato e dannoso. E lo ricordo, infine, una sera, all’allora libreria Feltrinelli presso la Galleria Sordi, in cui presentava il memoir di Occhetto dedicato a “La gioiosa macchina da guerra”. Mi sembrò un duetto fra due sconfitti che, tuttavia, a differenza degli autoproclamati vincitori, avevano mantenuto un brandello di umanità e di lucidità nel leggere le vicende del mondo.
Ha lottato fino alla fine, contribuendo, nell’ultimo decennio, a ridare un senso e una voce alla sinistra italiana, travolta dalle tragedie della storia ma non ancora disposta ad arrendersi.
Ci mancherai, compagno Fabio.
