Sono sconvolto dal verdetto. Non credo abbia senso fingere il contrario. Dopo quasi nove anni dall’assassinio di Daphne Caruana Galizia, una giuria ha dichiarato Yorgen Fenech non colpevole delle accuse formulate contro di lui. Il verdetto va rispettato. Per chi, come noi di Repubblika, insiste sul rispetto dello Stato di diritto, questo principio vale anche quando una decisione giudiziaria ci lascia profondamente delusi e convinti che sia stata raggiunta una conclusione sbagliata. Ma rispettare un verdetto non significa fingere che esso cancelli tutto ciò che sappiamo. Un processo penale pone una domanda precisa: se la colpevolezza di un imputato per determinati reati sia stata provata oltre ogni ragionevole dubbio. La giuria ha risposto a quella domanda. Non ha risposto alle altre domande che Malta continua ad avere davanti. Daphne non è morta in un incidente. È stata assassinata con una bomba perché era una giornalista. Gli esecutori materiali sono stati individuati e condannati. Ma quasi nove anni dopo non abbiamo una risposta giudiziaria definitiva alla domanda più terribile: chi ha deciso che Daphne dovesse morire e perché? L’assoluzione di Fenech non cancella neppure ciò che abbiamo appreso sulla Malta nella quale Daphne fu assassinata. Non cancella i Panama Papers. Non cancella le relazioni opache tra potere politico e interessi economici. Non cancella ciò che abbiamo scoperto sui rapporti tra Yorgen Fenech e Keith Schembri, allora capo di gabinetto del primo ministro Joseph Muscat. Non cancella le dimissioni che seguirono alla crisi del 2019. E soprattutto non cancella le conclusioni dell’inchiesta pubblica indipendente sull’assassinio. Quell’inchiesta concluse che lo Stato maltese aveva creato una cultura dell’impunità che aveva reso possibile l’assassinio di Daphne. È forse la conclusione più grave mai formulata sulle istituzioni della nostra Repubblica. Rimane vera indipendentemente dal verdetto pronunciato in questo processo. Il pericolo adesso è che l’assoluzione venga trasformata in qualcosa di molto più grande: una narrazione secondo cui tutto ciò che Malta ha scoperto dal 2017 sarebbe stato un errore. Che le proteste fossero isteria. Che i giornalisti avessero esagerato. Che gli attivisti avessero perseguitato persone innocenti. Che la corruzione denunciata da Daphne non fosse poi così grave. Sarebbe una falsificazione della nostra storia recente. Per Repubblika il compito, quindi, continua. Dobbiamo rispettare l’esito di questo processo e contemporaneamente continuare a chiedere perché la corruzione investigata da Daphne non sia stata perseguita adeguatamente; perché tante raccomandazioni dell’inchiesta pubblica siano ancora inattuate; perché le nostre istituzioni restino vulnerabili alle interferenze del potere politico ed economico. E dobbiamo ricordare che l’impunità non appartiene soltanto all’epoca di Joseph Muscat. Sopravvive ogni volta che le istituzioni sono troppo deboli per controllare il potere, che i giornalisti vengono intimiditi, che chi denuncia la corruzione viene isolato. Penso soprattutto alla famiglia di Daphne. Per quasi nove anni ha sopportato non soltanto la perdita di una moglie e madre, ma l’onere intollerabile di dover continuare a pretendere dallo Stato verità che lo Stato avrebbe dovuto cercare da sé. Quell’onere non può essere lasciato ancora una volta soltanto a loro. Una giuria ha pronunciato il suo verdetto su Yorgen Fenech. Lo rispettiamo. Ma Malta non può utilizzare quel verdetto per assolvere se stessa.
