Libero Grassi nato il 17 Luglio 1924 ed assassinato da Cosa Nostra il 29 Agosto 1991 non smette di agitare le nostre coscienze ed indicare un orizzonte politico ineludibile.
Non c’è anti mafia senza anti fascismo e vice versa.
Questo il primo lascito di un uomo il cui destino venne iscritto dai suoi genitori nel nome stesso: “Libero” in omaggio a Giacomo Matteotti assassinato dai fascisti proprio nell’estate in cui nacque.
La liberazione che Libero andava cercando era liberazione da ogni forma di abuso di potere, non c’è infatti contraddizione tra una battaglia e l’altra, c’è invece intima solidarietà. Se lo ricordino coloro che oggi provano (ancora!) a fare classifiche maliziose ed irricevibili tra diritti sociali e diritti civili: la persona o è libera tutta o non è libera.
Non c’è anti mafia senza impegno politico costante.
La mafia non è un comune fenomeno di criminalità organizzata, al contrario la mafia secondo la sintesi insuperata di Pio La Torre è “questione di classi dirigenti”, cioè è quella particolare forma di crimine organizzato che ha direttamente a che fare con la gestione del potere nello spazio pubblico. Come anni dopo sintetizzerà un indimenticato presidente della Commissione parlamentare anti mafia, Francesco Forgione (2006-2008): “Può esistere una politica senza mafia, ma non può esistere una mafia senza politica”.
Libero Grassi maturò le sue scelte di ribellione al racket attraverso una vita intera di partecipazione alla vita politica italiana, attraversando il Partito D’Azione, il Partito Radicale, il Partito Repubblicano, le battaglie referendarie per il divorzio e per l’aborto.
Se lo ricordino coloro che, a vario titolo, non riescono a vedere altro nelle mafie che bande armate, senza “relazioni esterne”, intente a fare i soldi con droga ed estorsioni. Ma anche coloro che cercano di difendere una presunta integrità morale delle proprie esperienze associative, marcando una generalizzata distanza dall’agone politico, mancando con ciò di dare il proprio contributo alla trasformazione dei rapporti di forza, che è possibile soltanto attraverso un intelligente sforzo corale.
Libero Grassi divenne un problema serio per Cosa Nostra non tanto perché si rifiutò di pagare il pizzo a Palermo in anni feroci, siamo tra il 1990 ed il 1991, anni nei quali la mafia attendeva con crescente ansia l’esito del “maxi”, quanto perché ebbe l’ardire, tutto politico, di parlarne in pubblico, “sputtanando” i mafiosi col piglio salace di un Peppino Impastato. Grassi si rivolse direttamente ai suoi estorsori attraverso giornali e TV, dileggiandoli e precisando che aveva già scelto la protezione dello Stato e non avrebbe mai accettato di pagare quella mortifera della mafia.
La morte di Libero Grassi ci restituisce la potenza della parola libera: il potere, in qualunque forma criminale, non la sopporta. Le voci libere, perché libere dalla paura, possono soltanto essere messe a tacere. Se lo ricordino coloro che oggi balbettano sulla gestione “meloniana” del caso Report. Da Assange a Ranucci, passando per Anna Politkvskaja, Daphne Caruana Galizia, Jan Kuciak, Andre de Vries, Giulio Regeni, Andy Rocchelli, Maio Paciolla, la storia è sempre la stessa: chi disturba la narrazione che il potere vuole di se medesimo, deve essere neutralizzato. Ecco perché non esiste altra via al presidio democratico dell’esercizio del potere pubblico.
Infine, Libero Grassi non si capacitava di come potesse non essere reato pagare il pizzo alla mafia. Non si può certo dire che a Libero Grassi mancassero gli argomenti per sapere quanto la mafia potesse essere letale se disubbidita e tuttavia rimase incrollabile in lui questa convinzione: davanti alla minaccia mafiosa bisogna chiamare in causa lo Stato, non aggiustarsi da se’.
Oggi, nell’Italia dei “Roggero” e delle clientele immortali, in tanti storcerebbero il naso: chi è disposto ad affidare la propria vita allo Stato? Come stanno oggi coloro che lo hanno fatto?
Ma in questa “pretesa di Stato” ci sta la speranza della cultura repubblicana e democratica: non è ingenuità, è “ortopedia” politica.
Ecco perché per me resta imprescrittibile il crimine morale, se non penale, di coloro che in quegli stessi anni pur di farsi i fatti propri, arricchendosi a dismisura, preferirono pagare in silenzio per decenni la protezione a Cosa Nostra, come quel Silvio Berlusconi, che poi a differenze di Libero Grassi divenne per quattro volte Presidente del Consiglio. Se lo ricordino le “sorelle” d’Italia che ci ammorbano quotidianamente con la retorica degli eroi dell’antimafia.
