Spesso a dare il colpo di grazie a un aspirante dittatore, piu’ che guerre e scandali, e’ il senso del ridicolo di alcune situazioni paradossali. La fuga di Trump ad Ankara sembra uno di questi casi. Il Presidente americano era arrivato trionfante al vertice Nato in Turchia a bordo del suo aereo nuovo di zecca regalatogli dall’emiro del Qatar, incurante delle perplessita’ di natura etica ( cosa potevano pretendere in cambio gli emiri?) e delle obiezioni della Cia ( siamo sicuri che non ci siano a bordo sistemi di spionaggio ?). La notizia che Trump sarebbe ripartito da Ankara a bordo del vecchio air force one sembrava dare corpo a queste obiezioni. Ma la realta’ era un’altra. Una soffiata del Mossad, il servizio segreto israeliano, rivelava il pericolo di un attentato iraniano contro il presidente. Di qui il cambio di aereo al volo. Ma la prima versione ufficiale veniva smentita da un’inchiesta del New York Times ( uno dei pochi organi di informazione non ancora addomesticati da Trump). Il presidente era stato nascosto su un container e fatto partire a bordo di un aereo militare. A scatenare le proteste e’ stato pero’ un altro dettaglio: i giornalisti al seguito , il vicepresidente Vance, la portavoce Leavitt sono tutti rimasti a bordo dell’aereo presidenziale. Se l’attentato fosse avvenuto veramente a salvarsi sarebbe stato il presidente ,ma non da solo. Con lui c’erano il ministro della guerra Hegseth e Nathalie Harp, la giovane avvenente blogger autrice di gran parte dei suoi deliranti tweet considerata in questi ultimi mesi la persona piu’ “vicina” al Tycoon. Karoline Leavitt, la bionda portavoce del presidente, e’ stata la prima a reagire. Dimissioni immediate per motivi personali. Non deve essere facile difendere in pubblico le esternazioni continue e contraddittorie di Trump ma diventa insostenibile quando si scopre che di fronte alla scelta di chi salvare il presidente sceglie l’ultima arrivata Harp e getta “dalla torre” la storica collaboratrice Leavitt. L’immagine del presidente camuffato che sgattaiola dall’aereoporto in un container cozza con quella del guerriero che non ha paura di nulla. E mi ricorda un’altra fuga ingloriosa: quella di Benito Mussolini avvolto in un cappotto da militare tedesco in fuga verso la Svizzera prima di essere fermato dai partigiani. Il duce volle accanto a se’fino all’ultimo Claretta Petacci. Furono entrambi fucilati a Giulino di Mezzegra. Nella storia di Trump non ci sono i partigiani e il finale sanguinoso. Ma le elezioni di midterm si avvicinano e con esse il suo tramonto politico. Inglorioso come la sua fuga frettolosa in un container fra bauli , valigie e derrate alimentari.
