Le autorità iraniane non le hanno fatto sapere che l’avrebbero processata ma le hanno comunicato il verdetto, emesso dunque in contumacia: il 9 agosto la sezione 29 del Tribunale rivoluzionario di Teheran ha condannato la celebre e premiata fotogiornalista Yalda Moaeiry a 15 anni di carcere per “attività negli interessi del regime sionista e degli Usa”.
Come pene aggiuntive, è stata ordinata la confisca di tutte le sue dotazioni elettroniche (compresi il telefono e la videocamera) e sono stati emessi i divieti di pubblicare contenuti sulle piattaforme social (infranto, dato che è stata lei stessa a rendere nota in un post la sua condanna), di partecipare ad attività giornalistiche e culturali e di avere incarichi pubblici.
Gli interessi che ha servito Yalda Moaeiry sono unicamente quelli della popolazione iraniana, attraverso la documentazione degli ultimi 20 anni di conflitti, disastri naturali e repressioni delle proteste, compreso l’ultimo massacro di manifestanti commesso nel gennaio di quest’anno.
Proprio per aver raccontato le proteste del movimento “Donna Vita Libertà” e la loro soppressione, alla fine del 2022 aveva trascorso quasi tre mesi in carcere.
Denunciata settimane fa dal ministero dell’Intelligence, Yalda Moaeiry era in libertà su cauzione. Ora rischia seriamente di finire in prigione, dove già si trovano da mesi alcuni suoi colleghi: Artin Ghazanfari, fotogiornalista, arrestato il 9 gennaio a Mashhad; Somayeh Heydari e Pedram Alamdari, giornalisti della rivista “Yul”, arrestati a Tabriz il 12 febbraio; Muslim Zarei, arrestato a Kermanshah il 16 marzo; Amir Hossein Rezaei, già giornalista di “Donaye Eqtesad”, arrestato il 6 maggio ad Arak; e Omid Fagharat, arrestato il 29 giugno a Karaj.
