Giornalismo sotto attacco in Italia

Rai: ci voleva Mattarella. E l’opposizione dov’era?

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Ci voleva Sergio Mattarella per accendere la luce sulla deriva autoritaria che da due anni avanza sulla Rai senza incontrare una vera opposizione politica.

Il richiamo del Presidente all’European Media Freedom Act, all’indipendenza del servizio pubblico e alla paralisi della Commissione di Vigilanza non è una rituale esortazione istituzionale. È un avvertimento. Al governo, certamente. Ma anche a chi avrebbe dovuto contrastarlo e ha scelto invece l’attesa, la testimonianza, la protesta intermittente.

Nel frattempo, la Rai si avvicina alla scadenza della concessione decennale del 30 aprile 2027 e la maggioranza prepara una riforma che, sotto l’etichetta dell’adeguamento europeo, conserva nella sostanza il controllo dell’esecutivo e in alcuni punti lo rende persino più agevole.

Il meccanismo è ormai scoperto. L’amministratore delegato sarebbe formalmente scelto dal Consiglio di amministrazione, ma da un Consiglio che resterebbe nelle mani della maggioranza e dei rappresentanti indicati dal governo. Il presidente, dopo due votazioni, potrebbe essere eletto senza più quella maggioranza dei due terzi che finora ha impedito l’investitura della candidata governativa.

Non è una riforma per assicurare maggiore indipendenza e pluralismo al servizio pubblico. Tutt’altro! Eppure le opposizioni hanno impiegato due anni per comprendere, o almeno per fingere di comprendere, la gravità di quanto stava accadendo.

Nel settembre 2024, quando il Parlamento rinnovò il Consiglio di amministrazione, l’EMFA era già stato approvato e il termine per la sua piena applicazione era noto. Il Partito democratico, Italia Viva e Azione non parteciparono al voto. AVS e Movimento 5 Stelle scelsero invece di nominare i propri consiglieri.

La giustificazione fu quella consueta: presidiare, controllare, non lasciare la Rai interamente alla destra. In realtà si accettava ancora una volta il terreno della lottizzazione, proprio mentre si denunciava l’incompatibilità di quel sistema con l’indipendenza richiesta dall’Europa.

Da allora è seguito il più grottesco dei paradossi parlamentari: l’Aventino della maggioranza. Non l’opposizione che abbandona i lavori per denunciare un sopruso, ma la maggioranza che diserta la Commissione di Vigilanza per impedire il voto su Simona Agnes, la consigliera designata dal governo che non disponeva dei due terzi necessari per diventare presidente della Rai.

Uno strappo istituzionale enorme, consumato alla luce del sole.

Di fronte a questo comportamento, le opposizioni hanno protestato, rilasciato dichiarazioni, inviato lettere, chiesto convocazioni. Hanno fatto quasi tutto, tranne ciò che avrebbe potuto trasformare il caso Rai in un conflitto politico nazionale.

Non hanno occupato la Commissione.

Non hanno impedito che la paralisi venisse normalizzata.

Non hanno aperto immediatamente un contenzioso politico e istituzionale permanente in sede europea.

Non hanno costretto i presidenti delle Camere ad assumersi fino in fondo la responsabilità di un organo parlamentare reso inoperante dalla stessa maggioranza.

Non hanno fatto della Rai una questione di democrazia.

Hanno lasciato trascorrere i mesi. Poi un anno. Poi quasi due.

Le dimissioni collettive sono arrivate soltanto quando il danno era compiuto e la paralisi era diventata sistema. Un gesto tardivo, che ha certificato l’impotenza più che interromperla.

Non si può continuare a chiamare “opposizione” una sequenza di comunicati indignati, conferenze stampa e appelli senza conseguenze. L’opposizione, soprattutto davanti a una violazione delle regole parlamentari, dovrebbe creare un costo politico per chi quella violazione la compie. Qui quel costo non c’è stato.

La maggioranza ha potuto bloccare la Vigilanza, mantenere la Rai senza un presidente legittimato dal voto richiesto dalla legge e preparare nel frattempo la norma destinata a eliminare l’ostacolo. Tutto senza incontrare una resistenza proporzionata.

È in questo vuoto che interviene Mattarella.

Quando il Presidente definisce «difficilmente comprensibile» il ritardo italiano nell’applicazione dell’EMFA, non si rivolge soltanto al governo che sostiene di essere già in regola. Si rivolge anche a chi, pur denunciando da tempo il controllo politico della Rai, non ha saputo o voluto impedirne il consolidamento.

E quando chiede che si ponga «finalmente» rimedio alla paralisi della Vigilanza, quell’avverbio pesa più di molte requisitorie. “Finalmente” significa che il tempo della tolleranza è scaduto. Significa che il Quirinale ha visto ciò che il Parlamento ha scelto troppo a lungo di non affrontare.

Il precedente di Carlo Azeglio Ciampi è inevitabile. Di fronte al tentativo del governo Berlusconi di ridisegnare il sistema radiotelevisivo secondo i propri interessi, Ciampi inviò alle Camere il messaggio sul pluralismo e sull’imparzialità dell’informazione. Quando poi la legge Gasparri arrivò al Quirinale, la rinviò al Parlamento.

Mattarella si muove oggi nello stesso solco di garanzia. Interviene prima che la nuova legge completi il suo percorso e ricorda che l’indipendenza del servizio pubblico non può essere affidata a un gioco di formule.

Il governo è stato avvertito: non basterà cambiare il nome delle procedure lasciando intatto il potere di controllo.

Ma sono state avvertite anche le opposizioni.

Non possono attendere ancora una volta che sia il Presidente della Repubblica a indicare il limite, mentre loro discutono se presidiare il prossimo consiglio di amministrazione, ottenere un consigliere in più o conservare una quota nella futura spartizione.

La questione non è chi debba controllare la Rai. La questione è sottrarre la Rai al controllo di chiunque governi.

Il Quirinale ha fatto la sua parte. Ora tocca a chi si definisce opposizione dimostrare di meritare il nome. Non con un altro appello. Con una battaglia politica vera.

 


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