La sfida lanciata da Gianni Cuperlo

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Ho letto con molta attenzione il notevole e poderoso documento che Gianni Cuperlo ha generosamente messo in Rete qualche giorno fa, in vista della sua candidatura a segretario del Partito Democratico. Ne scrivo ora perché, come avrebbe detto Nietzsche, i pensieri importanti e densi devono essere necessariamente “ruminati”. Ed è una curiosa coincidenza il fatto che il documento elaborato da Cuperlo, che lui definisce “appunti”, così denso di analisi, pensieri e prospettive, sia stato lanciato nel dibattito politico pubblico proprio nella settimana in cui molti esponenti di spicco del Pd parlano, a volte impropriamente, di “battaglia delle idee”. E paradossalmente lo fanno a sostegno di altri candidati, piuttosto che di Cuperlo, il cui documento rappresenta, in sintesi, una vera e propria sfida tra idee. La verità è che, purtroppo, nel gran calderone mediatico, l’abitudine alla ipersemplificazione non abbia giovato all’enorme sforzo compiuto da Gianni Cuperlo di restituire dignità di pensiero al dibattito politico. Sono tempi in cui lo slogan appare più efficace. La battuta fa più effetto. L’intervistina ti regala popolarità. Ed è con rammarico, appunto, che osservo quanto perfino nel gruppo dirigente del Pd, senza differenza, locale e nazionale, la sfida lanciata da Cuperlo sia passata sotto silenzio. Mentre più facile sembra concentrarsi sullo schieramento, sul posizionamento, sul leader. Paradosso di questi tempi difficili: si sostiene pubblicamente la necessità della “battaglia delle idee” nel Congresso, ma quando le idee ci sono, e sono dure come rocce, si finge di guardare altrove.

“Appunti” che restituiscono dignità al discorso politico
Ciò detto, proviamo  a raccogliere la sfida lanciata da Cuperlo. Intanto, rilanciando il sito sul quale si può leggere il documento integralmente, www.giannicuperlo.com. E poi, invitando i nostri lettori a partecipare alla discussione, sui temi rilevantissimi suscitati dall’ampia riflessione di Gianni Cuperlo. Intanto, una nota di merito: il documento restituisce dignità al discorso politico (ed in subordine alla proposta politica del candidato alla segreteria) compiendo il tentativo di proporre una Grande Narrazione, in controtendenza rispetto all’epoca della cosiddetta “fine delle Grandi Narrazioni”, e della semplificazione mediatica e tecnologica. Con ciò, par di capire che la sfida di Cuperlo non è diretta solo ai suoi avversari, ma soprattutto a quell’abito antropologico che la postmodernità ha imposto agli abitatori di questo secolo. Già nel lontano 1979, il filosofo francese Jean Francois Lyotard, ne aveva preconizzato l’avvento nel volume, divenuto un classico, sulla “Condizione postmoderna”, come fine delle cosiddette Grandi Narrazioni, e come perdita degli orizzonti temporali. La fine delle Grandi Narrazioni, spiegava il filosofo, non è solamente tramonto delle ideologie del Novecento. Essa è anche demitizzazione, desacralizzazione, secolarizzazione, nichilismo. Ciò significa restringimento pericoloso degli orizzonti temporali classici, della tradizione greca e giudaico-cristiana.

Il rischio di una paurosa perdita della memoria storica
Il restringimento dell’orizzonte sul lato del passato, rischia la paurosa perdita di memoria storica. Il restringimento sul lato del futuro, è la nichilistica perdita di ogni speranza. Nell’epoca della semplificazione postmoderna, privata delle Grandi Narrazioni, non v’è che l’oggi miope. E nel postmoderno politico, vince la tecnocrazia, senza memoria, senza storia, senza speranza. La politica, dunque, sembra aver indossato l’abito postmoderno. Questa traccia si trova nell’attuale dibattito tedesco che prelude alle elezioni del prossimo 22 settembre. Il mondo intellettuale tedesco, sollecitato dalle riflessioni pubbliche di Jurgen Habermas e di Ulrich Beck, ad esempio, sta compiendo un gigantesco sforzo per costruire un’analisi dei guasti provocati dalle tecnocrazie, che hanno sostituito la responsabilità politica nelle decisioni continentali. E la politica ha abdicato a molte sue missioni.

La tendenza verso la tecnocrazia pone fine alla solidarietà
Nel discorso che Habermas ha tenuto alla Conferenza filosofica mondiale di Atene lo scorso dieci agosto, l’atto di accusa verso la politica, ela Sinistra, è chiarissimo: “la tendenza verso la tecnocrazia pone fine alla solidarietà, tanto tra gli uomini, quanto tra gli stati”.  La Sinistra, e non solo quella italiana, sembra aver subito questo processo, dismettendo parte del suo pensiero critico, che per due secoli è stato tra i suoi valori fondativi. Al faticoso tentativo di ricostruzione del senso della Sinistra, si è sostituita una sorta di omologazione al pensiero unico dominante tecnocratico, miope e astuto, a cominciare da quello economicistico. E non solo. La fine delle Grandi Narrazioni ha diffuso lo smarrimento nel popolo di Sinistra, lacerandone il tessuto comunitario (la Gemeineschaftdi Weberiana memoria), strappando il senso per cui si sta assieme, bruciando la felicità del discorso politico tra persone che condividono una memoria, un presente, e una speranza. Se c’è una colpa grave dei gruppi dirigenti della Sinistra di questi anni è quella di aver ceduto alla omologazione del pensiero dominante.

La ricostruzione del senso politico della sinistra
Il documento di Gianni Cuperlo, insomma, sembra partire da questa analisi, anzi da questa consapevolezza, che diventa la sfida della ricostruzione del tessuto teorico, politico, critico della Sinistra, a partire dalla sua dimensione di comunità di destino, come condivisione di memoria, di presenti e di speranze. Se non si condivide questo senso, non c’è partito, in qualunque forma esso possa esprimersi. E non solo. Cuperlo sembra richiamare, talvolta con energica nostalgia, la ripresa del partito politico come grande intellettuale collettivo, seguendo la lezione gramsciana. Quando, ad esempio, sostiene che la formazione politica non è solo questione di scuole di partito, ma di orizzonte stesso della comunità di destino, egli implicitamente richiama la forza democratica dell’intellettuale collettivo. È così che la politica come comunità intellettuale può battere le sirene tecnocratiche. È così che si ridetermina il senso di adesione, identità e appartenenza al partito politico, il quale, certo, allarga il suo campo solo se si abitua ad allargare i suoi orizzonti temporali. È così che il discorso sul merito, ad esempio, diventa discorso sulle uguaglianze e sulla solidarietà. Solo una comunità di uguali e solidali può premiare con giustizia il merito, scacciandolo come privilegio.

La rivoluzione della dignità”. Per cosa vale tentare
Sembra questa la “rivoluzione della dignità” di cui, con molto acume, parla Cuperlo nel capitolo forse più importante del suo documento, dal titolo, non a caso, “Per cosa vale tentare”. È il capitolo nel quale, finalmente, al di là delle analisi, più o meno corrette, e dei posizionamenti, nel documento si cita molto coraggiosamente “l’anima”. E tutti siamo consapevoli di cosa voglia dire “avere un’anima” in politica. E soprattutto, tutti sappiamo quale sia il prezzo che si paga quando la si perde, “l’anima”, in politica. O quando proprio non la si possiede.
L’anima è il senso e il significato dell’agire politico. Ma l’agire politico non può essere l’esercizio solipsistico di un solo individuo, per quanto bravo e meritevole sia, e popolare ed efficace in televisione. L’agire politico, anche nell’angosciosa epoca postmoderna, ha ancora bisogno di un partito, dei partiti, per ritrovarsi. Di partiti che si riconoscano, innanzitutto e per lo più, quali enormi comunità di destino, votate al bene comune, e consapevoli della necessità di riprendersi gli orizzonti temporali negati, della memoria, del presente, e della speranza.
Il sasso lanciato da Gianni Cuperlo nelle acque sempre più melmose del dibattito in corso nel Pd sarà così pesante da riuscire a scuotere sempre più voci critiche? Noi lo auspichiamo.


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