Aveva lasciato il Mali per cercare un futuro migliore. Lavorava nei campi, divideva un appartamento con altri braccianti, mandava soldi alla famiglia e progettava di tornare un giorno a casa. Invece, all’alba del 9 maggio, la sua vita si è fermata in una piazza del centro storico di Taranto.
Bakari Sako aveva 35 anni. È morto dopo essere stato aggredito in piazza Fontana, nella Città vecchia, da un gruppo di giovanissimi. Tre colpi inferti con un oggetto acuminato — uno al torace e due all’addome — non gli hanno lasciato scampo. Gli investigatori stanno ancora ricostruendo l’esatta dinamica dei fatti, ma ciò che emerge con forza è il profilo di un uomo lontano dagli stereotipi con cui troppo spesso vengono raccontati i migranti.
Bakari non era un’ombra senza volto. Era un lavoratore agricolo, impiegato come bracciante a Massafra, incensurato, conosciuto da tutti come una persona tranquilla e riservata. Ogni mattina seguiva la stessa routine: raggiungeva la stazione in bicicletta e prendeva il pullman per andare nei campi. Anche quel giorno era uscito di casa per lavorare, per guadagnare pochi soldi da mandare alla sua famiglia.
Poco prima di raggiungere la fermata aveva fatto una sosta in piazza Fontana. Una pausa breve, forse un caffè, forse solo qualche minuto prima della partenza. È lì che la sua giornata si è trasformata in tragedia.
Secondo le prime ricostruzioni, una lite sarebbe degenerata rapidamente fino all’aggressione mortale. Gli agenti della Squadra Mobile stanno cercando i responsabili, concentrando le indagini su un gruppo di giovani del posto. Ma al di là degli aspetti giudiziari, questa vicenda apre interrogativi più profondi sul clima sociale che attraversa molte periferie urbane italiane.
Bakari viveva a Taranto dal 2022. Prima aveva lavorato a Torino, poi aveva raggiunto il fratello nel capoluogo ionico. Quel fratello, oggi trasferitosi in Spagna, è stato travolto da un dolore impossibile da contenere.
«Avete tolto la vita a mio fratello maggiore. Avete tolto un padre, un marito, un fratello senza motivo», ha detto Souleymane Sacko. «La mia famiglia è in lacrime e con il cuore spezzato. Non dimenticherò mai questo dolore».
Dietro quei numeri e quelle parole c’è una storia di migrazione simile a tante altre: partenze difficili, lavori precari, stanze condivise per dividere le spese, il peso della lontananza e il desiderio ostinato di costruire una vita dignitosa. Nel gennaio scorso Bakari era tornato in Mali per riabbracciare la sua famiglia. Lì aveva lasciato due mogli, entrambe oggi in dolce attesa.
La sua morte ha colpito profondamente anche il mondo dell’associazionismo locale. «Non uno straniero, ma un uomo con un nome e cognome, un lavoratore che pagava tasse e affitto e manteneva la sua famiglia», ha scritto l’associazione Babele in un messaggio diffuso sui social. Una precisazione che sembra quasi necessaria in un Paese dove, troppo spesso, l’identità di una persona viene ridotta alla provenienza geografica.
Ed è proprio qui che la cronaca si trasforma inevitabilmente in riflessione sociale.
Per molti migranti, la quotidianità è fatta non solo di fatica e precarietà, ma anche di diffidenza, ostilità e isolamento. «Camminare per strada per noi è semplice, per un ragazzo africano spesso no», racconta Caterina Contegiacomo di Mediterranea Saving Humans, amica di Bakari. «Le parole dette sottovoce o a voce alta fanno male. Quando ti dicono “mi stai rubando il lavoro” fanno male. Ma qualsiasi cosa sia successa, una vita non si può perdere così».
Le sue parole fotografano una tensione silenziosa che attraversa molte città: giovani marginalizzati che crescono nella rabbia, quartieri dove il disagio sociale si somma all’assenza di prospettive, immigrati che diventano bersagli facili di frustrazioni collettive. Nulla può giustificare la violenza, ma ignorare il contesto significa continuare a rincorrere le emergenze senza affrontarne le radici.
Anche il presidente del Consiglio comunale di Taranto, Gianni Liviano, ha parlato di una ferita che «scuote la coscienza della comunità». «Nessuna periferia sociale, nessun disagio, nessuna rabbia può trasformarsi in giustificazione della violenza», ha dichiarato, invocando una comunità fondata «sul rispetto della persona, sulla solidarietà e sulla convivenza civile».
Resta allora una domanda difficile da evitare: quanto vale la vita di chi arriva da lontano per fare i lavori più duri e invisibili? La storia di Bakari Sako costringe a guardare oltre la semplice cronaca nera. Perché dietro quella morte non c’è soltanto un’indagine da chiudere, ma una società chiamata a interrogarsi su esclusione, violenza e umanità.
Bakari era partito dal Mali per cercare dignità. È morto in una piazza italiana mentre andava a lavorare all’alba. E in quella morte c’è il fallimento collettivo di una convivenza che troppo spesso resta solo una parola.
Fabiana Pacella
Articolo 21 Puglia
