Giornalismo sotto attacco in Italia

Guai a chi tocca i narcos italiani. Il caso Trocchia ci scaraventa in Sud America

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Il clan Senese, il più potente di Roma. La rete fondata da Diabolik, al secolo Fabrizio Piscitelli, platealmente ucciso a Roma e poi “celebrato” per i suoi funerali. L’allure criminale dei casalesi che si spostano ovunque ci sia profumo di soldi. Nello Trocchia, il ventinovesimo giornalista italiano sotto scorta, ha scritto di queste storie qui e nelle informazioni che lentamente fluiscono sui motivi della decisione assunta dalla Prefettura di Roma emerge con chiarezza un elemento fondante: in Italia scrivere di narcotraffico è pericoloso. Sappiamo già che una delle piste seguite per gli attentati a Sigfrido Ranucci conduce in Campania, sempre la terra di camorra che quelli come Nello Trocchia, Mimmo Rubio, Luciana Esposito, Marilena Natale, Roberto Saviano, Rosaria Capacchione, Sandro Ruotolo conoscono così bene che quando la raccontano ti sembra di starci dentro come in un film. E, casualmente, tutti loro sono finiti sotto tutela perché hanno ricevuto minacce di morte e ritorsioni ritenute attendibili, plausibili, praticabili al punto da scortarli. Lo sapevamo già tutti che alcune notizie in Italia costano care, sul piano della sicurezza di chi se ne occupa. E sapevamo pure che alcune fazioni criminali sono più froci di altre, tra questi il clan Senese per esempio. Tuttavia la scorta a Nello Trocchia traccia un solco ulteriore, alza l’asticella, induce subito a equiparare l’Italia al Sud America. Sì, questa vicenda fa molto “clima sudamericano”, è inutile girarci attorno.
Negli ultimi tempi le minacce al cronista si sono fatte più ravvicinate. Sia dal vivo sia sui social network. Ecco un piccolo elenco delle minacce censite finora: “Devi morì”, “Giornalista terrorista. Tanto sai chi so, ognuno si sceglie il suo destino”, “Ce sentimo presto, infame”. Se ne sta occupando la Dda di Roma in un fascicolo ad hoc. Lo slang romanesco tradisce la provenienza. Sono post di commento agli articoli di Nello Trocchia relativi alla ricostruzione della rete capitolina del narcotraffico. Ovviamente a smentire o denigrare il contenuto delel inchieste giornalistiche sono i “diretti interessati”. Per esempio Walter Domizi, uno dei più potenti narcos  di Roma, uscito dal carcere nel 2025, zio dell’altrettanto famoso Leandro Bennato, condannato al 41bis. Quanto contano davvero in Italia in questo momento i narcos che dettano legge nell’approvvigionamento di cocaina (e altro) a Roma? Tanto. Eppure loro non sono un’emergenza. E non lo  è nemmeno (a quanto pare) quel numero 29, il numero dei giornalisti sotto scorta in un Paese europeo a maggio 2026.
A tutti va la solidarietà di Articolo 21.


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