Anti-sentenza Montalto: l’Italia ferma a “Processo per stupro”

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La Presidente della camera, Laura Boldrini, durante la trasmissione “Che tempo fa”, ha detto che una delle priorità di questo Paese è quella di mettere le donne al centro della società, mentre nel suo discorso di inaugurazione alla carica, ha precisato la necessità di combattere la violenza contro le donne. La senatrice del Pd, Anna Finocchiaro, ieri ha ripresentato il disegno di legge per la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domesticae lo stesso Pierluigi Bersani, ora incaricato di formare il nuovo governo, si è dichiarato più volte a favore di una legge per contrastare il femminicidio, che nella fattispecie comprende tutte le violenza a cui una donna può essere sottoposta fino al suo totale annientamento: la morte. La ministra del lavoro Elsa Fornero, con delega alle pari opportunità, ha detto davanti al pubblico della 57a Commission on the Status of Women delle Nazioni Unite a New York, che l’Italia riguardo la violenza sulle donne, ha fatto tantissimo, potenziando le strutture presenti sul territorio nazionale e applicando politiche che facilitino l’uscita delle donne dalla violenza.

E allora perché l’Italia è ancora ferma a “Processo per stupro”?

Alla luce di quello che è successo ieri all’udienza del Tribunale dei Minori di Roma sullo stupro di Montalto del 2007, viene da dire che l’Italia in realtà è un Paese fermo al medioevo, e che in fatto di discriminazione delle donne e di stereotipi, può essere paragonata a Stati in cui le donne non hanno nessuna voce in capitolo, e non è che non sono messe al centro: non contano proprio. Per chi non se lo ricordasse, lo stupro di Montalto di Castro, coinvolse una ragazzina di 15 anni violentata a turno da 8 ragazzi, tutti minorenni, in una pineta vicino alla festa dove la giovane si era recata. Riconosciuti da una amica della ragazza che li vide uscire dalla pineta (che poi ha ritrattato), i giovani furono arrestati dopo due mesi, e nel 2009 il tribunale dei minori concesse la messa in prova per due anni, agli 8 che avevano dichiarato di essere pentiti, con conseguente sospensione del processo. Nel nel 2010 però la Corte di Cassazione aveva bloccato la messa in prova, facendo riprendere il processo che andò avanti a singhiozzo e che proprio ieri, dopo 6 anni, doveva avere la sua sentenza definitiva. Ma siccome in Italia lo stupro è in fondo “una ragazzata” e ciò che sta più a cuore non è la vita distrutta della ragazza, non è il riconoscimento della violenza, quel tribunale ha deciso di dare nuovamente la messa alla prova agli stupratori, riconoscendone la colpevolezza ma rifiutando di accogliere la richiesta del Pm a 4 anni di reclusione ciascuno: una decisione che porterebbe all’estinzione del reato qualora sugli imputati, oggi tutti maggiorenni, dovesse dare esito positivo il programma di recupero redatto dai servizi sociali. La messa alla prova verrà discussa il prossimo 11 luglio (quindi non è finita qui) e anche se la ragazza potrà proseguire in civile per il risarcimento danni, è indubbio che il nodo in gola rimane, non perché quei ragazzi debbano marcire in cella, ma perché ancora una volta, in Italia, la violenza sulle donne – che in questo caso è stata di gruppo e su una minorenne – non è riconosciuta. Pensando alla difesa dei ragazzi – malgrado le scuse degli imputati alla famiglia della ragazza e il riconoscimento di colpevolezza del reato commesso da parte dei giudici – è insostenibile per tutte le donne il fatto che questi avvocati abbiano strenuamente sostenuto che si trattasse di “otto rapporti consecutivi e consensuali”. Ma perché tutto questo è potuto succedere in un paese civile? Perché oggi, la giovane ragazza dalla vita distrutta, deve pentirsi di aver denunciato i ragazzi che la stuprarono in pineta? Il fatto gravissimo, per chi se lo ricorda, fu che i ragazzi furono difesi da tutto il Paese perché “bravi ragazzi”, un’idea approdata in Tribunale grazie a un’opinione pubblica schierata e sostenuta dallo stesso sindaco che all’epoca aprì le casse per pagare le spese degli avvocati degli imputati: un sindaco del Partito Democratico che, almeno per coerenza con quello che dice, Bersani dovrebbe aver cacciato da un pezzo dal suo partito e che invece sta ancora là.

La ragazza ha avuto la sua vita annientata: è caduta in depressione, non va più a scuola, non si cura di se stessa come faceva un tempo, e soprattutto esce poco di casa perché non è piacevole essere guardata come una “poco di buono” dopo aver subito una violenza sessuale a 15 anni. Uno stupro che  si è ripetuto con la stessa violenza in questi anni nelle strade e nelle battute della gente vicino a lei, in un giudizio che non riesce a concludere questa agonia, con un appoggio e un sostegno culturale di teste che continuano a pensare, come in “Processo per stupro” – quando il reato era ancora contro la morale – che in fondo la colpa è sua, è lei che se li è cercati, è lei che li ha provocati, in uno schema secolare di puttana o madonna. E come in quel processo del 1979, ancora oggi, malgrado le leggi siano cambiate da allora, quella ragazza è stata trasformata da vittima a imputata, e si è parlato di lei che fosse “una che aveva amanti a pagamento”, tanto che nelle ultime settimane è arrivato, dopo 6 anni, anche un testimone che ha giurato di avere sentito la ragazza rivolgere offerte sessuali ai giovani, a sostegno dell’ipotesi – in accordo con la maggioranza degli abitanti di Montalto di Castro – che la minore fosse “consenziente” ad avere 8 rapporti consecutivi con 8 ragazzi diversi in quella stessa notte. Le difese hanno controbattuto sul fatto che non ci fossero referti del pronto soccorso ma soprattutto che le perizie psichiatriche hanno attestato assenza di disturbi della personalità che renda inclini i ragazzi a commettere reati sessuali: come se l’essere violenti e commettere uno stupro, dipenda da una malattia mentale. Per dirla l’incipit di uno dei pezzi usciti in questi giorni: “Ragazzi di buona famiglia. Sani. Senza alcun disturbo di personalità. In una sola parola: normali”.

Per chiarire bene questa “logica”, è ancora attuale l’intervento di Tina Lagostena Bassi che nel 2007 in una intervista notò come nel processo del ‘79 “gli avvocati che difendevano gli accusati di stupro potevano essere altrettanto violenti nei confronti delle donne, inquisendo sui dettagli della violenza e sulla vita privata della parte lesa, puntando a screditarne la credibilità per trasformarla in imputato”, e che “l’atteggiamento mentale che emergeva in aula era che una donna di buoni costumi non poteva essere violentata”. Un pregiudizio, una cultura che sostiene e giustifica lo stupro, che nel ’79 portò l’avvocata Lagostena Bassi a ricordare che lei non era il difensore della parte lesa, ma l’accusatore degli imputati, e che oggi ci porta a indignarci per questa decisione dei giudici – dopo 6 anni dallo stupro – e per tutte le donne inascoltate fuori e dentro i tribunali, mai soccorse e mai aiutate, trasformate in responsabili della violenza che hanno subito nel momento in cui mettono piede in un aula.


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